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Uffici coworking Bologna e Milano

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Uffici coworking Bologna e Milano

Il coworking è un modo di pensare al luogo di lavoro aperto all'ambiente e alle contaminazioni

Vittorio Gentile

30 Giugno 2010

Il coworking sembra rappresentare un nuovo modo di pensare al luogo di lavoro, il quale diventa aperto all'ambiente, e permette continue contaminazioni con l'esterno di importanza strategica sia per i coworkers sia per l'organizzazione che lo ospita la quale espone i propri membri ad uno stimolo costante. Un luogo dove svolgere la propria attività diventa un piacere ed un'opportunità. Insomma, un posto migliore in cui lavorare.

Il primo coworking nasce ufficialmente negli Stati Uniti nel 2005 dal bisogno di Brad Neuberg, programmatore freelance californiano e fondatore del Hat Factory (primo ufficio condiviso di cui si ha notizia), di lavorare in una community senza però rinunciare all'indipendenza dell'essere freelance. Da allora, questa nuova realtà lavorativa ha cominciato a diffondersi rapidamente in tutto il mondo sia come spazi creati ad hoc da lavoratori nomadi, sia all'interno di organizzazioni già avviate come strumento per rendere attivi spazi altrimenti improduttivi e così coprire parte di quelli che vengono chiamati, costi fissi. 

Nel 2008 sbarca anche in Italia: a Roma negli uffici della redazione di 7thFloor (free press corporate sui temi del design, della comunicazione e del business), a Bologna negli spazi dell'associazione culturale La Pillola 400 e a Milano con Cowo, nato nel 2009 nell’agenzia di comunicazione Monkey Business. Da quest'ultima è partito “Coworking Project by Cowo®", una rete di spazi di coworking che oggi vede affiliati 38 uffici in tutta Italia.

Coworking significa lavorare assieme ed è proprio quello che accade in questi spazi condivisi, dove affittando una postazione – scrivania + connessione a Internet – ci si trova a lavorare fianco a fianco con le professionalità più diverse: grafici, esperti informatici, giornalisti, manager in viaggio d'affari, studenti e perfino imprenditori e start-ups che decidono di avviare e gestire la propria attività in un ambiente dinamico, versatile ed economicamente conveniente.

Ciò che li distingue dai business center è la maggiore informalità, l'apertura relazionale e lo spirito di condivisione di chi li abita, i quali hanno per lo più dai 25 ai 35 anni e provenendo da realtà lavorative diverse - c'è chi lavorava in casa, chi in ufficio, chi in luoghi pubblici – sono alla ricerca di un ambiente più stimolante e produttivo dove poter far parte di una community di lavoratori “like-minded” in una struttura flessibile.
E gli effetti? Da un mio recente studio è emerso nel 94% degli intervistati un miglioramento della propria vita privata (nel 51% lieve, nel 43% di cospicua entità) dovuto a diverse cause come il riuscire a separare la vita professionale da quella privata, minor stress, la capacità di gestire in modo elastico ed autonomo la propria attività e il far parte di una community che non di rado sostiene i propri componenti.

Per quanto riguarda la vita professionale, nella totalità delle risposte pervenute, si è verificato una evoluzione in positivo della propria condizione (57% miglioramenti rilevanti e nel 43% più leggeri) grazie alla maggiore visibilità nel mercato, agli ambienti molto stimolanti, grande flessibilità di utilizzo degli spazi in base alle proprie esigenze, all'economicità, alle opportunità di ricevere in tempo reale feedback da punti di vista professionali più diversi e alle occasioni di scambio e sviluppo di nuove idee che si possono realizzare con questi: i casi di collaborazione in questi uffici oscilla tra l'81 e l'88% dei casi.

Ma non sono tutte rose e fiori: gli aspetti lamentati dagli intervistati sono il troppo rumore la mancanza di privacy citata nel 10% delle risposte, preceduta dalla possibilità di essere distratti, nel 24% dei casi, da fattori quali: via vai di gente, qualche coworker indisciplinato o più in generale dal brusio che può esserci in un open space (non bisogna dimenticare che si tratta anche di un ritrovo sociale).

Dai suggerimenti dati dai lavoratori nomadi che hanno risposto al sondaggio, possiamo tracciare gli elementi essenziali di un coworking space ideale il quale deve essere composto da un'area open space in cui lavorare arredato con materiali di qualità, sale riunioni private, area relax dove pranzare e socializzare e infine, zone più riservate dove  poter accogliere clienti ed fare telefonate senza disturbare o essere disturbati.

Vittorio Gentile, autore di questo articolo è un neolaureato presso la facoltà di Scienze Manageriali dell'Università degli Studi “G. d'Annunzio” di Pescara-Chieti.

 

Tag: arredo urbano e spazi pubblici, nomadism

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