
mostre
The Intellectual Work: Enzo Mari a Berlino
04 Ottobre 2011
titolo: Enzo Mari: The Intellectual Work
a cura di: Barbara Casavecchia con Tanya Leighton
inaugurazione: 7 settembre 2011
durata: fino al 19 novembre
città: Berlino (Germania)
luogo: Tanya Leighton Gallery, Kurfürstenstrasse 156
catalogo: Kaleidoskope Press
e-mail: info@tanyaleighton.com
sito web: www.tanyaleighton.com
Spesso entrambe le cose, perché Mari utilizza regolarmente fossili e scarti della produzione industriale, campioni per le verifiche e frammenti di sculture per tenere al loro posto – a bada, verrebbe da dire – le centinaia di pagine appuntate e disegnate che altrimenti svolazzerebbero per il suo studio.
Ma non si tratta soltanto di una mostra di fermacarte, per quanto ingegnosi e persino poetici possano risultare alcuni – penso per esempio al surrealista battente del portone d’ingresso dello studio in piazzale Baracca, che Enzo Mari ha “salvato” dalla discarica smontandolo di frodo dopo che ne era stata decisa la sostituzione.
Allo stesso modo di questo nuovo “vecchio oggetto”, sono molti gli spunti progettuali di cui il designer non si è ancora liberato, che anzi ha isolato dal proprio “flusso interiore” riconoscendone una qualche qualità; quella “perfetta compiutezza formale” che ravvisa nei readymade di Duchamp e che ne fanno il contrario di un “prelievo a caso dal serbatoio della realtà”.
Racconta Enzo Mari a Barbara Casavecchia, nel saggio riportato sul catalogo che Kaleidoskope Press aveva già pubblicato per l’edizione milanese della mostra (13-30 aprile 2010, presso il Kaleidoskope project space) e che ora accompagna l’evento in corso a Berlino: “Ho raccolte di appunti che girano per tavoli e cartelle ormai da cinquant’anni: solo i progetti conclusi hanno i loro dossier. Dovrei gettarli e non li getto, perché ogni volta c’è la memoria di qualche pensiero giusto e letterale, che sfrutto per il mio mettere i puntini sulle i. Per evitare che si disperdano, la cosa più semplice è metterci un peso sopra, scegliendo tra quelli a disposizione. Se la raccolta ha una componente ludica, il fatto di usarla così non è più un gioco”.
Ecco, dunque, che gli stessi fermacarte si fanno allegoria materiale del lavoro intellettuale rispetto al quale sono incaricati, non tanto di “porre un freno”, quanto di trovare la giusta collocazione; allegoria delle possibili trasformazioni virtuose a cui pensieri – e, dunque, strumenti e oggetti – possono essere sottoposti.
“C’è dell’altro”, avverte Barbara Casavecchia nel suo saggio. E spiega, quindi, che in questo prendere tempo (“un lusso sovversivo”), sottraendosi alle tempistiche del sistema produttivo; in questo “grado infimo di elaborazione di un oggetto già esistente” – quanto basta perché possa assolvere alla nuova funzione –, Enzo Mari “individua un antidoto salutare a ciò che stigmatizza, arrabbiandosi moltissimo, come il profluvio di art pompier e il traboccante ‘ebefrenismo della creatività’ del design contemporaneo”. Termine che, derivando dal nome di una grave forma di schizofrenia – l’ebefrenia, appunto –, Mari utilizza per sottintendere (e neppure troppo in fondo) che la “psicosi della giovinezza” di cui sono affetti oggi i creativi li obblighi a cercare il nuovo per il nuovo.
Quando, ci ricorda Mari nel suo recente “Venticinque modi per piantare un chiodo” (Mondadori, 2011), “giocare” a cambiare le cose è una questione serissima: la fondamentale possibilità di sperimentare nuovi modelli di vita.
In questo contesto utopico, nell’etimologia migliore del vocabolo, la collezione di Mari invita a un’ulteriore apertura, divenendo pretesto per una serie di “dialoghi” che il designer ha intrapreso prima con il pubblico della Universität der Künste di Berlino (lo scorso 5 settembre), e ancora con tre diversi artisti e i lavori da loro creati specificatamente per la mostra: Jason Dodge, Tim Rollins and K.O.S, Pavel Büchler.
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