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Story of a bite: Steve Jobs, il tentatore tecnologico

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Story of a bite: Steve Jobs, il tentatore tecnologico

È in corso al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano la mostra "Story of a bite. Steve Jobs e la rivoluzione di un'idea": un'occasione per ripercorrere le tappe fondamentali della storia di Apple e del suo carismatico leader

Caterina Porcellini

02 Febbraio 2012

scheda evento

titolo: Story of bite. Steve Jobs e la rivoluzione di un’idea

durata: fino al 12 giugno 2012

orari: Martedì-venerdì 9.30 -17.00 | Sabato e festivi 9.30-18.30

città: Milano

luogo: Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, Via San Vittore 21 (Uscita via Olona 6)

prezzo: intero 10,00 € | ridotto 7,00 €

telefono: 02 48 555 1

e-mail: info@museoscienza.it

sito web: www.museoscienza.org

In inglese, bite ovvero "morso" (alla Mela, l'oggetto della tentazione per eccellenza) e byte (unità di misura delle informazioni digitali) si pronunciano allo stesso modo. Proviamo oggi a spiegare le comuni origini che, in definitiva, hanno la storia di una mela morsa (la Apple come il frutto biblico) e quella recente dell'ICT. Tutto comincia infatti dal desiderio, primo e fondamentale motore dell'azione umana.
Steve Jobs ne era ben conscio se, da quel grande storyteller d'impresa che è stato, ha sempre puntato sull'identificazione tra il brand e se stesso, self-made man - e l'accento cade ancora una volta sulla parola "Uomo".

Non è un caso che, lungo il percorso espositivo della mostra "Story of a bite" al milanese Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, tanta importanza sia riservata alla produzione tecnica di Apple - attraverso i computer e i prodotti che hanno caratterizzato la nascita e la crescita dell'azienda, come i suoi software e sistemi operativi - quanto alla figura del suo CEO. Perché, e lo ripetiamo per l'ultima volta, questa non è tanto una storia di innovazioni tecnologiche quanto sociali.

Come ha giustamente rilevato Christine Murray nel suo editoriale su The Architects' Journal, proprio il giorno della morte di Steve Jobs, "il co-fondatore di Apple ci ha dato quello che volevamo, prima ancora che sapessimo di volerlo". Un'abilità, sottolinea Murray, condivisa dai migliori architetti (e designer, ci sentiamo di aggiungere): "Sviluppare un design che viene incontro alle esigenze future dei clienti, oltre che a quelle già presenti. Aggiungendoci quel qualcosa in più che supera le loro stesse aspettative".

E rende loro la vita più facile, ha scritto quello stesso 6 ottobre 2011 Jonathan Glancey, stavolta sul Guardian. "Non è soltanto una questione di usabilità della tecnologia da parte di scrittori e milioni di utenti impegnati nella cosiddetta Industria Creativa, il fatto è che il design dei device Apple è seducente". Jobs, conclude l'autore, ha dato una nuova forma al personal computer: ha reso le tecnologie digitali esteticamente ed emotivamente accettabili presso la più vasta fetta di mercato, ovvero quell'utenza scettica e diffidente per cui la transizione dall'analogico all'informatica rischiava di diventare traumatica.

Qualsiasi oggetto Apple, in buona sostanza, non soltanto è stato concepito per rispondere a una funzione, ma quella funzione l'ha molto spesso inventata ex novo, inducendone innanzitutto il desiderio all'interno di una collettività che fino a quel momento pensava di poterne fare a meno.
O, anche, di doverne fare a meno perché troppo complessa, difficile da gestire, "tecnica". Nel loro design minimale, i device Apple hanno portato all'estremo il pensiero del "less is more", sollevando l'utenza dalla responsabilità di dover forzatamente apprendere il funzionamento - tanto sul piano fisico quanto processuale - delle macchine, in una società sempre più ingolfata dalle proprie stesse conoscenze.

Jobs non ha inventato nulla dal nulla; nemmeno l'interfaccia grafica, il personal computer e il mouse: tutte innovazioni sviluppate dagli uomini dello Xerox PARC senza che "avessero alcuna idea di che cosa avessero in mano", per dirla con lo stesso Steve Jobs. È stato lui, appunto, a intuirne le potenzialità - innanzitutto commerciali. E, quello che più conta ai fini del nostro discorso, ha prefigurato un nuovo assetto sociale, contribuendo a dargli un ordine e un'intellegibilità... se non addirittura a crearlo secondo il proprio gusto.

Tra i tanti Apple User della prima ora, oggigiorno si annoverano diversi "pentiti" che, più avvezzi alle tecnologie digitali dell'utenza media, non apprezzano la sistematica impenetrabilità di programmi e device brandizzati. Sono in tanti a sostenere che limitare le scelte del consumatore, deresponsabilizzandolo a livello cognitivo e dunque decisionale fosse solo per semplificargli l'esistenza, possa rivelarsi una strategia socialmente dannosa sul lungo periodo.
Perché, se da un lato la tecnologia è fatta per aiutare l'uomo a interagire con l'ambiente, è fatto noto che condizioni pesantemente le modalità di questa interazione, spesso in modo occulto.

Ma c'è un'eredità che Steve Jobs ha lasciato ai designer delle nuove generazioni, fan o meno di Apple, ed è una lezione di metodo contenuta nell'ormai leggendario discorso tenuto a Stanford nel 2005: "Non lasciatevi intrappolare dal Dogma - che, poi, significa vivere secondo i risultati del modo di pensare di altre persone".
"Pensa diversamente", recitava la campagna pubblicitaria tanto voluta da Steve Jobs all'epoca del suo ritorno in Apple. Pensarla diversamente dallo stesso Jobs, riguardo all'utilizzo della tecnologia come al futuro della società, fa parte dell'insegnamento che lui stesso ci ha lasciato.

Tag: design della comunicazione, eventi e mostre design, high-tech, icons, ICT - information and communication technology

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