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Serpentine Gallery Pavilion: l’archetipo oltre l’oggetto
11 Luglio 2012
Era lecito aspettarsi che Jacques Herzog e Pierre de Meuron (coadiuvati di nuovo dall’artista Ai Weiwei) cercassero di replicare il successo ottenuto nel 2008 con un progetto altrettanto eclatante, spinto ai limiti della disciplina architettonica. Tanto più che, a voler fare una fenomenologia del Serpentine Gallery Pavilion, di fatto si finisce per raccontare la storia della stessa architettura contemporanea nell’ultimo decennio almeno. Insomma, l’aspettativa generale era data da diversi confronti già annunciati.
Quando, però, per il numero di Arketipo dedicato a Londra, si discuteva tra redattori l’idea di ripercorrere le diverse forme assunte negli anni da quest’architettura temporanea, nessuno ancora sospettava che i progettisti stessero riflettendo esattamente sullo stesso tema. Perché, letteralmente, il Pavilion del 2012 altro non è che un percorso di ricerca – e riscoperta – dei precedenti padiglioni.
Come ben spiegato dallo stesso Jacques Herzog nell’intervista all’Architects Journal dello scorso maggio, in questa occasione gli architetti partono – più che da uno specifico approccio progettuale – da un generale rifiuto, e della tradizione architettonica e del concetto di “oggetto” che questa comporta.
Concentrandosi piuttosto sugli elementi storicamente meno considerati del contesto paesaggistico – gli strati del terreno sotto la superficie e, all’opposto, il cielo mutevole di Londra – gli schizzi iniziali mostrano una sorta di “padiglione sotterraneo che avrebbe finalmente rivelato l’acqua che, scorrendo in profondità, in qualche modo dà forma al paesaggio ma che è anche capace di riflettere l’atmosfera”.
Peccato, però, che la committenza voglia lasciare dov’è (ovvero nascosto) il “paesaggio invisibile” del parco; in altre parole, agli architetti si chiede di non inferire un segno così profondo sull’ambiente. Dal confronto con Arup sui lavori di ingegnerizzazione per il futuro progetto, Herzog e de Meuron prendono allora coscienza che un’aggressione è stata già – e a più riprese – compiuta nei confronti del territorio; perché un’architettura, per quanto breve possa essere il ciclo di vita previsto, richiede pur sempre che si gettino fondamenta stabili e durature.
Proprio nel rispetto del parco, e dell’autorità che lo vuole il meno possibile modificato, prende piede allora il proposito di non creare, ma “curare”. Pratica che vale tanto nei confronti di un organismo biologico, che del corpus creativo degli artisti di cui si vuole preservare la memoria.
Da qui, il lavoro di scavo “archeologico” condotto dagli architetti, alla ricerca dei frammenti fisici degli undici Padiglioni precedenti, ancora conservati nel terreno su cui si sono susseguiti dal 2000 al 2011.
“Abbiamo pensando che, sovrapponendo questi ‘fantasmi di progetti’ uno sull’altro, la struttura si sarebbe creata da sé – bella nel suo caos. L’operazione ci avrebbe dato una forma, un paesaggio. E quindi ora abbiamo un’architettura nostra senza che abbiamo dovuto inventarla. Anche Ai Weiwei apprezza la scoperta dell’esistente, e la sua bellezza propria. In questo”, tiene a sottolineare Herzog, “sta la vera differenza tra noi e i nostri predecessori: noi apprezziamo ciò che è stato realizzato nel passato, tutti questi Padiglioni scomparsi, e abbiamo voluto dare loro una nuova vita”.
Nel corso dell’intervista, l’architetto accenna poi ad alcuni motivi che, delle architetture precedenti, sono stati “adottati” – dalla forma della copertura adottata da Sejima (di cui Herzog e de Meuron apprezzavano “il modo in cui esplorava il sito nella sua piena estensione”) al cerchio alla base del Padiglione di Olafor (“perché è un simbolo del ritrovarsi assieme”).
Certamente, il gioco delle identità può costituire parte dell’esperienza di permanenza all’interno del Pavilion di quest’anno. Ma non dovrebbe essere questo il punto, vogliono precisare gli architetti: “Il nostro obiettivo era ottenere un posto piacevole, sì, ma senza che gli si desse troppa importanza – un'architettura al suo stato arcaico”.
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