
interviste
"Play Light" con Lorenzo Guzzini
29 Luglio 2011
designer: Lorenzo Guzzini
città: Dizzasco (CO)
indirizzo: via Provinciale, 3
telefono: +39 339 6582331
e-mail: archguzlor@yahoo.it
sito web: www.lorenzoguzziniarchitecture.com
Lorenzo Guzzini: “Ero incerto su una scuola di Belle Arti, Pittura o Scultura, o una scuola di Architettura. Tutte le scuole italiane erano per me troppo teoriche; mi sono innamorato a Mendrisio dei modelli, della cultura del fare. Tutta la materia teorica era interfacciata al progetto: la mia formazione ruota attorno all'urbanistica e all'architettura, non verte sul design. Ho scelto professori molto attenti alla luce, agli spazi, come Francisco e Manuel Mateus con il quali mi sono laureato, poi ho trovato la mia strada. All'inizio è stata dura, perché venivo da un mondo più artistico, scultoreo. Infine, attraverso Nikos Ktenas ho capito che per poter guidare la Ferrari devi saper guidare la Cinquecento. Il processo formativo è stato graduale: ho capito che la libertà di forma è importante ma deve essere gestita da un concetto; senza basi non sarei andato da nessuna parte”. E oggi?
Nel frattempo, e tuttora, mi interesso contemporaneamente di fotografia, scultura, architettura; sono sempre molto attento alla materia. Porto avanti tutto in una contaminazione continua; tuttavia, la formazione architettonica è quella che mi ha permesso di gestire la connessione fra le arti. L'architettura mi ha dato le regole per portare avanti la pittura, la scultura, la fotografia. Amo l'ombra e il nero, astraggo molto il concetto, come fosse una sorta di astrazione poetica, ma il risultato è un'elaborazione concreta sempre legata al luogo.
Il design per me è una sfida nel trovare, dentro la materia, una risposta a quello che cerchi. È una ricerca continua, porto avanti sempre un discorso complesso tra le arti, come un bilanciamento. Com'è nata allora la tua passione per il design?
Non ho studiato design all'Accademia, ma non lo considero tanto diverso dalla progettazione architettonica. Ho da sempre avuto un forte rapporto con il design a partire dalla famiglia dalla quale provengo, i Guzzini. Ho sempre avuto davanti agli occhi i prodotti, la forma che cambiava: il design è stato sempre per me un sottofondo, che ancora oggi continua ad accompagnarmi. Ho preferito formarmi come architetto perché quello che mi interessa del design non è tanto la forma ma l'interazione con l'intorno: è come se io formassi lo spazio attraverso l'oggetto. Non mi interessa focalizzarmi solo sull'oggetto, non cerco l'icona.
Quali sono i rapporti con la tua famiglia, lavori con loro?
La nostra famiglia è molto grande, le aziende che abbiamo sono gestite da molti fratelli, hanno iniziato i nostri nonni. La mia famiglia si è staccata dall'azienda e adesso la collaborazione non è più stretta come prima. Adolfo Guzzini è il cugino di mio padre, io faccio parte della terza generazione. Finita l'Accademia nel 2008, due anni fa ho compiuto un'esperienza all'estero - a Londra -, dove mi sono occupato anche di cinema; tornato in Italia, ho avuto poi l'occasione di lavorare come architetto al restyling di una casa dei miei genitori a Como, una villa degli inizi del Novecento. Sono marchigiano, trasferitomi a Como, studente in Svizzera: mi sento un po' sradicato!
Per lo scorso Salone del Mobile hai presentato una lampada, Liana: è stato il tuo primo progetto?
Liana non è stato il primo. Ho iniziato da uno stage per imparare a utilizzare dei programmi in 3D. Il primo progetto è stato un gazebo, a metà tra un oggetto e una piccola architettura. Poi, ho iniziato a introdurmi nel mondo del design attraverso dei concorsi.
La mia lampada, Liana, ha le calamite, così che può essere spostata nello spazio. La forma di Liana è nata da un precursore, un prototipo di lampada che ho presentato per il Salone Satellite. È una lampada che torna al principio della materia, una lampada che cambia la forma per l'effetto di gravità del filo. Fa parte di una famiglia di prodotti che partono dal movimento e dall'interazione con la persona. Com'è nato il concept?
L'idea è stata quella di trovare cosa consentisse il movimento: la ricerca si è concentrata sulla cerniera e sul magnete attaccato al ferro, che dà la possibilità di stabilità ma anche di creare un moto. È nata così questa lampada in lamiera. Gioco spesso sul contrasto tra la materia dura, secca, e la luce bianca ed eterea. Liana è nata pensando a una combinazione tra filo e magnete con l'innesto a soffitto; l'idea di base era quella del “play light”, dei giochi di luce resi possibili dalla flessibilità e dal movimento. Efesto, per esempio, nasce guardando lo snodo del polso del manichini e si fonda sull'equilibrio dei materiali. Rose gioca invece sul fatto che venga girata sull'angolo.
Tag: lighting, salone del mobile









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