
grafica
Occupy Design
02 Novembre 2011
Lo stiamo scoprendo giorno dopo giorno, globalizzazione non è soltanto fenomeno economico, ma sociale: è la Grande Rete Mondiale (meglio conosciuta con la tripla W di World Wide Web), il principio - e la sua messa in pratica - per cui, a dispetto dei dibattimenti legali, l'idea messa in rete non è tanto “esposta” al pubblico, quanto “data” al pubblico. Che cosa poi ne faccia, checché se ne dica non c'è previsione dettagliata che regga (ancora); d'altronde, non è un caso che internet sia popolato da user, più che da customer.
Per questo, bisogna credere agli ideatori di Occupy Design, quando dichiarano che il loro obiettivo non è “fare di un movimento una marca”. Mettendo in relazione designer e dimostranti di Occupy Together - tramite internet, manco a dirlo - il progetto intende fornire gratuitamente, invece di un progetto di comunicazione “chiavi in mano”, gli strumenti per l'elaborazione collettiva di un linguaggio grafico-visivo; condiviso, come lo sono i messaggi del movimento di protesta che ha preso piede a New York in settembre, con “Occupy Wall Street”, e che sulla falsa riga di questa iniziativa ha dato luogo ad altre dimostrazioni pacifiche in diverse parti degli Stati Uniti e del mondo.
Il progetto pone particolare enfasi, oltre che sulle icone della protesta - molte delle quali nate dall'elaborazione dei simboli in The Noun Project -, sull'infografica, attraverso la quale tradurre visivamente i dati statistici alla base del malcontento.
Gli stessi dimostranti di San Francisco, con cui i designer si sono confrontati alla vigilia della messa online del progetto (tra il 14 e il 15 ottobre, quando cioè la protesta ha assunto una dimensione globale), hanno infatti evidenziato la necessità di superare gli schieramenti ideologici per stabilire una comunicazione davvero efficace, in cui fossero i fatti a parlare; da cui la soluzione di “sbandierarli in strada”, letteralmente, evitando che la loro conoscenza fosse limitata alle letture volontarie sul web, da parte di individui già orientati al tema della giustizia sociale.
Altri fattori, sempre di ordine pratico, hanno portato a ridurre l'utilizzo di vocaboli e colori al minimo, se non alla loro abolizione. Si voleva infatti massimizzare la fruibilità del messaggio, per contro slegandolo tanto dalle convenzioni linguistiche che dalle simbologie già presenti nelle varie aree. Inoltre, l'accessibilità di questo linguaggio è stata intesa con riguardo ai fattori economici e produttivi: icone e segnali dovevano essere semplici anche da stampare e riprodurre ovunque, minimizzando i costi.
Stabilendo a priori una regola d'uso, Occupy Design rimarca la distinzione tra la grafica decorativa - che gli anglosassoni definiscono eye candy graphic design - e quella funzionale alla comunicazione di un messaggio.
Senza con questo porre limite alcuno alla creatività, anzi: “Speriamo che tale linguaggio germinale costituisca il trampolino di lancio per qualcosa di molto più vasto, un'opportunità per connettere designer di talento con i movimenti che stanno avendo luogo nel mondo”, si legge sul sito dell'iniziativa.
Cosa fa pensare che succederà? Perché dovrebbe succedere proprio adesso? La risposta fornita dai fondatori di Occupy Design fa appello proprio alla globalizzazione, a conferma della teoria che il suo utilizzo non è più una questione elitaria: “Questo è il primo movimento sociale nella storia capace di produrre un linguaggio visuale di alta qualità grazie agli strumenti digitali, oltre a diffonderlo istantaneamente ovunque tramite file-sharing e social media”. Quel che forse conta di più, come non si manca di rilevare sul sito, è che “questo è anche uno dei primi movimenti che gode di ampio accesso all'informazione libera - che, se divulgata correttamente, rende molto più difficile ai responsabili sottrarsi all'evidenza dei fatti”.
Tag: design della comunicazione, design per il sociale, ICT - information and communication technology












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