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Intervista con Yves Béhar

incontri ai Saloni 2011

Intervista con Yves Béhar

Simpatico, disponibile, intelligente. Lo abbiamo incontrato nello showroom Herman Miller a Milano dove, in occasione della design week 2011, è stata presentata la collezione di sedute Sayl

Renata Sias, foto (1-4) Gabriele Pagani

Simpatico, disponibile, assolutamente non presuntuoso e dotato di un'intelligenza lucida e vivace, sembrano qualità eccessive per una persona sola, ma Yves Béhar è davvero così. Lo abbiamo incontrato nello showroom di Herman Miller a Milano dove, in occasione della design week, è stata presentata la nuova collezione di sedute Sayl, un prodotto che si inserisce perfettamente nella lunga tradizione che Herman Miller può vantare in fatto di innovazione nel design. Sayl rappresenta un nuovo step in questo percorso e ha tutti i numeri per aggiungersi ai masterpiece come la Eames Chair o la Aeron che hanno segnato un'era e aperto nuove strade nel modo di pensare la sedia.

Renata Sias: Sei nato a Losanna da madre svizzera e padre turco, hai studiato in Europa ma vivi e lavori negli Stati Uniti: pensi che il tuo background culturale sia più europeo o americano?
Yves Béhar: Credo che il mio background sia profondamente ispirato dalla terra; indubbiamente ci sono popolazioni e culture diverse, ma quello che più mi interessa e che unifica i miei progetti è l'idea.

R.S.: Dunque l'Idea è la tua filosofia progettuale e l'approccio comune a tutti i tuoi progetti?
Y.B.: Non sono spinto dalla firma o dalla riconoscibilità attraverso una cifra stilistica, l'ispirazione nasce da un'idea. Anche in architettura succede qualcosa di simile; ci sono due tipi di architetti: gli “stilisti” dei quali riconosci subito gli edifici perchè sono sempre uguali, oppure gli architetti che partono da un'idea di base che sviluppano in edifici sempre diversi tra loro perchè ogni edificio sperimenta un diverso concetto.

R.S.: Ci sono designer che consideri Maestri e che rappresentano per te un modello?
Y.B.: Ci sono diversi designer che considero miei Maestri, per esempio Achille Castiglioni; non penso che avesse uno “stile”, ma progettava rispondendo ogni volta a un'idea e rappresentando punti di vista diversi. Questo mi ha influenzato.

R.S.: Hai fondato Fuse Project nel 1999 e da allora hai lavorato per molte aziende in vari campi dell'industrial design. Quale settore ritieni sia più stimolante?
Y.B.: Tutti i campi sono uguali e affascinanti, a partire da una scatola di scarpe sostenibile che sto progettando per Puma fino ai prodotti di arredamento molto tecnologico come le sedie da ufficio dove c'è la possibilità di creare nuovi approcci. In tutti i progetti c'è possibilità di reinventare e di sperimentare aree diverse di applicazione. È bello cercare nozioni e idee di cambiamento e applicarle in settori diversi.

R.S.: Qual è il significato dell'ufficio oggi?
Y.B.: L'ufficio è in profondo cambiamento e in particolare la sedia simboleggia un'era diversa. Nel disegnare Sayl volevamo che rappresentasse il 21esimo secolo, che parlasse il linguaggio del tempo in cui viviamo; l'era dove l'ufficio è innanzitutto un luogo più orizzontale che in passato. Sayl infatti è dedicata indifferentemente al manager, all'impiegato o al dirigente ed è pensata per i nuovi uffici verso i quali ci stiamo muovendo, con un numero inferiore di aree operative e più spazi collettivi e creativi. Inoltre l'ufficio sta diventando un luogo sempre più attento alla salute e alla sostenibilità ambientale e queste sono nozioni che, come designer, dobbiamo tenere presenti. Sayl porta avanti questi concetti: è riciclabile al 90% e del 30% più leggera delle sedie concorrenti.

R.S.: Anche la trasparenza e la leggerezza di Sayl possono essere considerati elementi simbolici?
Y.B.: Sì, oggi la comunicazione è trasparente e la diffusione delle informazioni avviene nella forma leggera della virtualità. La trasparenza di Sayl è molto particolare: vista da dieci metri di distanza è eterea, non è un volume solido e pieno, solo da vicino si notano i dettagli del design. Da lontano non è una mera esibizione di design, anzi è quasi invisibile, ma avvicinandosi instaura un rapporto più intimo e personale con il design.

R.S.: Da queste parole sembra che la trasparenza e la leggerezza di Sayl siano state un obiettivo facile da raggiungere, in realtà l'iter del progetto è stato lungo e complesso...
Y.B.: Sayl, in particolare il suo schienale, è stata una sfida. Credo che sia il prodotto più complicato in assoluto che Herman Miller abbia mai fatto! Herman Miller da sempre investe molto in innovazione e design, ma le risorse e la dedizione che l'azienda ha dedicato a questo progetto sono davvero straordinari; sono interessanti anche il rapporto di collaborazione e il processo che ha portato al risultato finale: il nostro studio ha disegnato a mano almeno 1000 schizzi e Herman Miller ha fatto almeno 80 prototipi.

R.S.: La sedia Sayl evoca una forma organica ma al tempo stesso utilizza i concetti dei ponti sospesi; che cosa ispira di più il tuo lavoro, la natura o le grandi opere di ingegneria?
Y.B.: È una domanda complessa. Come dicevo, la mia ispirazione iniziale è l'idea ma nella realizzazione intervengono altri elementi che, a vari livelli, influenzano e semplificano le soluzioni progettuali.
Opere di ingegneria e natura sono diverse, ma concettualmente simili perchè una si ispira all'altra. Nel progetto di un ponte lo sforzo è quello di togliere più materiale possibile per creare una struttura in sospensione più efficiente ma anche migliore. Lo schienale di Sayl sembra una struttura naturale, generata dalla sedia, ma ha una funzione precisa: sostenere il peso e allo stesso tempo essere comoda. Alcune qualità, per esempio l'estrema adattabilità, si trovano sia in natura che nelle opere di ingegneria


R.S.: Hai scritto che i designer hanno bisogno di sviluppare una nuova relazione con il mondo perchè avranno un ruolo sempre più importante nel futuro e l'opportunità di essere veri protagonisti sia nei profitti aziendali, sia nelle importanti cause no-profit. Quali sono le tue esperienze nel campo no-profit che trovi più interessanti?
Y.B.: Tra il 2005 e il 2008 abbiamo lavorato al Computer da 100 dollari, un progetto che ha avuto grande successo. Oggi quasi 2 milioni di bambini lo usano; in Uruguay lo usa ogni bambino tra i 6 e i 18 anni che ha frequentato le scuole pubbliche e in Perù lo hanno oltre 860 bambini. Ora stiamo lavorando alla seconda versione che sarà un tablet.
Il PC da 100 dollari è stato un progetto importante, basato sul rompere tutte le convenzioni sia per quanto riguarda l'obiettivo che i metodi educativi, sia nel design che nella tecnologia. É anche importante perchè ha influenzato le organizzazioni che si occupano di no-profit. Siamo anche stati fonte di ispirazione per altri designer che hanno lavorato questo modello e questo è stato gratificante.

In seguito abbiamo collaborato con il Governo Messicano per realizzare occhiali da vista per bambini poveri. Sono occhiali modulari, economici e belli, realizzati in un materiale indistruttibile e, cosa più importante, i bambini possono disegnarseli da soli scegliendo l'accostamento dei colori della parte superiore e inferiore. In un anno sono state realizzate circa 300mila paia di occhiali e ora stiano tentando di replicare questo modello in India e negli Stati Uniti. Ci dedichiamo molto ai progetti no-profit perchè credo fermamente che obiettivi siano gli stessi: creare un buon prodotto e far sì che chi lo usa sia felice. Se vuoi creare la credibilità del tuo brand, i criteri sono gli stessi sia che si tratti di progetti profit o no-profit.


Tag: fuori salone, high-tech, saloneufficio

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