
intervista
Intervista a Simone Micheli
30 Maggio 2010
Che si tratti di progetti di design industriale o di articolate architetture, per Simone Micheli il percorso per realizzarli passa da un viaggio mentale «ogni volta uguale e diverso» ma che, da sempre, ha come minimo comun denominatore «il saper calare gli oggetti immaginati nell'esatto tempo al quale appartengono».
Oggetti tecnicamente innovativi ma soprattutto in grado «di migliorare la vita delle persone», come lui stesso ci confessa facendo tesoro di un inizio carriera in salita «in cui, inconsapevole, formulavo nel posto sbagliato al momento sbagliato risposte a quesiti che non erano ancora stati posti dalle aziende a cui mostravo i miei progetti».
Così, dato credito ai genitori che all'epoca lo invitano a non demordere, Micheli comincia a esporre il frutto del proprio pensiero immaginato all'interno di mostre tematiche, «prima fra tutte Abitare il Tempo a Verona», per poi sconfinare in Inghilterra, Giappone e Germania, «dove qualcuno comincia ad accorgersi del mio lavoro di progettista di oggetti finiti ma sperimentali legati al comparto domestico e non solo». Vasi, poltrone, tavoli e sedie studiati fin dall'inizio per essere venduti in grande scala, tanto da spiegare così il feeling da sempre esistente, anche a livello di progettazione architettonica, fra «il risultato del mio lavoro e committenti che hanno un core business aziendale identico al mio e al cui interno la visione economica e progettuale sono un tutt'uno assonante».
Sarà anche per questo che per Micheli, viste le variabili economiche in atto e le continue modifiche connesse al modo di approcciare il mercato da parte delle aziende committenti, non ha più senso parlare del ruolo dei direttori artistici, ma di “affinità elettive”.
«L'azienda sceglie un progettista perché lo ritiene vicino alla sua identità e non gli chiede di modificare il proprio credo» afferma il nostro interlocutore, recentemente chiamato da Alessia Saglio per lavorare a 360° sull'immagine e i contenuti di ST Rubinetterie, di cui la manager è direttore marketing, oltre che titolare.
«Un amore a prima vista», come l'ha definito lui stesso, che ha ispirato la realizzazione di una proposta che spazia dalle strategie comunicative alla percezione dei prodotti, fino alla realizzazione del loro design che, oltre alla collezione Fluide ha portato alla nascita del sistema idraulico Nudo (presentato nel 2009 con Axia Bath Collection), chiamato a ribaltare i valori della progettualità legata al mondo del bagno, e a un nuovo soffione doccia a scomparsa totale presentato in anteprima all'edizione 2010 del Salone Internazionale del Bagno di Milano.
«Perché quelli che servono oggi - sottolinea l'interlocutore da me incontrato per la prima volta alla fine del 2009, durante la presentazione di Bibo, un acquadomestico dalle forme arrotondate e coloratissime realizzato per Il Delfino by Consorzio Acqua-Nuova - sono prodotti etici, ossia capaci di esprimere contemporaneità e di farsi comprendere dal pubblico a cui si rivolgono».
Un pubblico che, da anni, conosce il lavoro di Simone Micheli e dell'omonimo Studio d'Architettura che, fondato nel 1990, il prossimo dicembre festeggerà con la pubblicazione di un volume antologico i primi vent'anni di attività.
E benché il suo ideatore ci confessi di non ricordare - «sono troppi» - tutti i progetti realizzati nei primi anni di lavoro, un sentimento di onnipotenza creativa si insinua: «Per ognuno di loro ho avuto delle visioni che mi hanno mostrato la via trasformandosi, direttamente nella mia testa, da idea pensata a progetto ultimato».
Così è stato per l'Atomic Spa Suisse progettata per Boscolo Exedra Hotel cinque stelle superior a Milano, così è stato per il progetto recentemente portato a termine per il nuovo Aquagranda Livigno Wellness Park che, con i suoi 21.000 mq, è il più grande centro benessere integrato d'Europa.
«La visione per progettare la totalità di questo spazio è stata quasi istantanea rispetto a quando mi hanno chiesto di realizzarla» è il commento del nostro ospite per il quale, «il disegno è solo un mezzo per fermare un'idea che altrimenti farebbe fatica a rimanere nella mia mente».
Perché per Micheli si tratta semplicemente di una questione onirica, «a occhi aperti o chiusi non fa differenza», dove la necessità espressa dal committente diventa prima “appunto mentale”, poi “situazione visiva” «da fermare abilmente su un taccuino ovunque io mi trovi, per passare in un secondo tempo nelle mani dei miei collaboratori» che Micheli definisce “riproduttori di sogno”, non “creatori”, spiegando così «perché i miei progetti sono così pieni di identità. La loro numerosità - ci spiega con piglio imprenditoriale - è dovuta alla scelta di demandare all'esterno la realizzazione esecutiva dei propri progetti mantenendo, però, il completo controllo dei processi che li governano».
Così, se dieci anni fa per realizzare un albergo di grandi dimensioni occorreva un team di 20 persone, oggi, con meno della metà, è possibile realizzare un progetto di 300 camere in sei mesi di duro lavoro e con l'ausilio di una sola persona che, per due anni, ha il compito di controllare doviziosamente che il progetto sia realizzato secondo precise indicazioni.
Indicazioni che, sempre di più, hanno come protagonisti progetti d'architettura «sviluppati come se si trattasse di creazioni di disegno industriale».
«Negli ultimi cinque anni - ci spiega Micheli -, quanto appreso nel mondo del design mi ha permesso di costruire cellule abitative con un'altra dignità visiva e un diverso senso estetico e funzionale».
Anche in virtù di questo, i progetti che questo “interprete contemporaneo” accetta di firmare «hanno tutti una grande carica etica» che, nel linguaggio del nostro interlocutore, «si concretizza in soluzioni architettoniche estremamente semplici, poco costose ma di grande impatto comunicativo».
Così, senza voler tornare ai prefabbricati degli anni '70, c'è chi parla di «valorizzare la vita attraverso l'architettura che, in qualità di esperienza interconnessa al mondo del disegno industriale e, quindi, della riproducibilità iconica e di prodotto, permette di evitare inutili sprechi».
Bando, quindi, al tanto abusato concetto di eco-compatibilità e spazio a quella sostenibilità «che - per Micheli - significa costruire un prodotto architettonico “spendibile” sul mercato perché realizzato in base a idee suggestive, ma con parametri economici e qualitativi realmente sostenibili, ovvero in grado di aiutare le cose a ripartire in una modalità più corretta ed equilibrata».
La medesima che permea «sperimentazioni condotte nella direzione di approcci progettuali sostenibili e verso soluzioni immaginate per soddisfare i reali e sempre nuovi bisogni dell'uomo metropolitano attraverso l'esplorazione di nuovi linguaggi, di nuovi sistemi propositivi materici e di nuovi campi d'azione per migliorare la vita delle persone».
Una volontà che, senza dubbio, ha interessato e sta interessando il percorso professionale di Micheli anche in ambito bagno dove, accanto al progetto di corporate identity messo a punto per la già citata ST Rubinetterie di Ornavasso (Vb), si affiancano i radiatori firmati per Cordivari, gli accessori bagno dalla forte carica comunicativa per Gedy e un intero progetto, quello attualmente in corso per Noken, brand del Gruppo Porcelanosa, «che in Lounge non trova una semplice collezione ma un'immagine coordinata legata alla sala da bagno e di cui la rubinetteria presentata lo scorso Cersaie è solo l'inizio».
Similmente, per Axia Bath Collection, i contenuti non si fermano ai sistemi messi a punto per questo specifico ambiente, «ma spaziano in un percorso di ricerca legato alla fluidità e alla continuità grazie a una collezione composta da monoblocchi attrezzati e da non-rubinetti», i sistemi Z Point e Rem disegnati per Rubinetterie Zazzeri.
In fase di ultimazione al momento in cui scriviamo è anche il sistema progettato per Tagina Ceramiche, di cui non ci è dato di sapere di più se non presentandosi puntuali al consueto appuntamento a Bologna, mentre meno recenti, ma pur sempre nel cuore del nostro intervistato, sono i sanitari della linea Oh! realizzata per Simas «in un progetto tuttora attuale, grazie a quelle linee morbide e arrotondate che ben si coniugano al mio modo di intendere lo spazio».
Alla fine, lasciato alle spalle l'appuntamento internazionale di Milano, lo sguardo rivolto all'edizione 2010 del Cersaie, altri progetti sono ben oltre la fase embrionale nella mente di questo personaggio in procinto di aprire, entro la fine di quest'anno, un nuovo studio a Milano.
«Uno studio che - sono parole sue - funga da luogo di incontro, di seduzione e di racconto, dove l'idea diventa realtà senza bisogno di passaggi intermedi».
Dalla mente alla carta, dal progetto allo spazio verso un futuro, quello immaginato da Simone Micheli, dove gli studi professionali tradizionalmente concepiti perderanno progressivamente il proprio senso per lasciar spazio a «luoghi di espansione dove rilassarsi per creare il sogno e progettare il cielo».
Docente presso la Scuola Politecnica di Design e presso il Polidesign del capoluogo meneghino, Micheli non manca di ripetere ai propri studenti che il progettista deve avere la mente libera e non smettere mai di dar forma ai propri sogni.
«Evitando, però, di estraniarsi dalla realtà visto che, a fine mese, i conti da pagare non mancano».
Tag: high-tech















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