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Intervista a Raffaella Mangiarotti - Deepdesign

intervista

Intervista a Raffaella Mangiarotti - Deepdesign

Raffaella Mangiarotti, racconta come nascono i progetti firmati da Deepdesign e la filosofia dello studio

Alessandra Coppa

13 Luglio 2010

Incontriamo Raffaella Mangiarotti nello studio-laboratorio milanese di via Ferrario tra prototipi e modelli di cose fatte, da fare o mai fatte, molte esposte nella recente mostra alla Triennale dal titolo suggestivo “L'anima sensibile delle cose” che ben caratterizza il loro approccio non convenzionale alla progettazione.

Alessandra Coppa: In che senso la natura è la matrice generatrice dei vostri progetti?
Raffaella Mangiarotti: La filosofia del nostro studio è legata al concetto della natura, non tanto pensando alla natura come ispirazione formale ma cercando di recuperare la lezione di Bruno Munari che analizzava la natura con un occhio più profondo: quello di vedere la natura come maestra progettuale analizzando le sezioni dei frutti, dei fiori e le foglie come motivo di organizzazione architettonica e di strutturazione delle parti dove c'è un criterio di distribuzione del materiale e della forma così intelligente perché la forma veramente segue la funzione. Questo produce una essenzialità formale che non è da intendersi nel senso di una semplicità come punto di partenza, ma come punto d'arrivo, perché la distribuzione della materia sta esattamente lì dove deve essere e non c'è nessun effetto di ridondanza o di inutilità o di gratuità. Quindi questa lettura, fin dagli inizi, quando mi sono laureata, mi ha ispirato, non soltanto dal punto di vista della bellezza naturale ma proprio per cercare di capire se nel design ci possa essere questo rapporto di essenzialità e se questa essenzialità possa portare bellezza.

A.C.: “Bellezza” per voi equivale a “essenzialità” nel design?
R.M.: Secondo me sì. Oggi ci sono modalità diverse per fare design, alcune puramente formaliste ed estetiche, ma straordinarie Ci sono sperimentazioni alla Mendini di linguaggi formali, ci sono sperimentazioni di ready made, questo mondo mi incuriosisce e lo apprezzo, tuttavia lo sento lontano dal nostro modo di lavorare dove lo studio del materiale, della tecnologia e della forma sono legate al principio di utilità. Sento che ispirandoci alla natura si possono ancora scoprire della cose che non sono ancora così chiare. Tante invenzioni sono nate dall'osservazione del mondo naturale come per esempio il velcro. Se si osservano  gli animali e le forme naturali sotto un profilo strutturale ci sono ancora molte cose da approfondire. Il design può trarre ispirazione dalla biologia.

A.C.:Dunque state sperimentando una nuova forma di organicismo?
R.M.:Non mi interessa il formalismo organico generato dei software che permesso uno sviluppo verso un organicismo che prima era relegato al territorio della scultura. La mia intenzione non è riprodurre delle forme organiche ma creare delle forme per generare nuove tipologie, rispondere alle funzioni con nuove forme.Guardando la lavatrice Pulse si potrebbe dapprima pensare che abbiamo fatto un lavoro formale perché abbiamo cambiato la forma di un parallelepipedo bianco in una forma organica. In realtà non è stato così perché questa lavatrice parte dal presupposto di mettere in scena un processo.  Abbiamo sostituito un altro sistema di lavaggio alla forza centrifuga che lancia le fibre contro il cestello a mille giri al minuto in acciaio causando spesso il deterioramento delle fibre. Abbiamo immaginato di fare una lavatrice che ha cura del tessuto, facendo dei movimenti di compressione e dilatazione sulle fibre. Questo movimento  si può riprodurre con una membrana di gomma che si dilata e si comprime. Ha un'intercapedine esterna rigida e una membrana interna morbida; si insufla l'aria tra queste intercapedini facendo un movimento delicato. Il movimento che si genera è come quello di riprodurre la stretta con le mani. Il lavaggio a macchina è sempre stato mirato all'aggressività, un gesto decisamente maschile. Ho sentito la necessità di cambiare le regole del gioco mettendo meno energia per ottenere risultati più interessanti: il lavaggio aggressivo è infatti adatto a un numero limitato di capi. La forma “a vaso” agevola l'ergonomia e i cavi scompaiono nel pavimento.

A.C.: Dunque cambiare le regole significa fare innovazione tipologica?
R.M.: Gli oggetti che fanno parte della categoria degli utensili e degli arnesi hanno raggiunto un tale essenzialità di forma da essere quasi intoccabili ma che a volte pur essendo rivolti all'uomo presentano stilemi e funzionalità apparentemente naturali perché diventate comuni ma lontane dall'idea di progettazione umanistica, sono in realtà funzionalmente e emotivamente distanti dalla nostra natura: basti paragonare, come dicevamo, gli utensili per il lavaggio a mano di una volta con le attuali lavatrici.

A.C.: Quali sono state le reazioni nel rivoluzionare la forma della lavatrice, un'immagine così forte nell'immaginario collettivo?
R.M.: Questo progetto a Whirpool Europe è piaciuto moltissimo perchè rappresentava un cambiamento tipologico e soprattutto un cambiamento di processo, poichè normalmente i designer disegnano la pelle ma non possono entrare nell'ingegnerizzazione. Questa è la parte che ci affascina di più, è successo anche per l'asciugacapelli Winds. Partiamo dal processo e vediamo che ci sono elementi che possono essere modificati poi diamo la forma, la veste esterna al processo, un lavoro che spesso in Italia non si fa. Siamo un po' dei “designer inventori” con le “antenne” che lavorano per intuizione osservando attentamente gli oggetti mentre li adoperiamo.


Biografia
Matteo Bazzicalupo (Parma, 1966) e Raffaella Mangiarotti (Genova, 1965) si laureano con lode in Architettura al Politecnico di Milano nel 1991. Si sono conosciuti nel 1995 alla redazione di "Modo", rivista fondata da Alessandro Mendini. Dopo alcuni anni di esperienze condotte individualmente - Raffaella da Marco Zanuso e Francesco Trabucco, Matteo da Italo Jemmi a Parma - fondano lo studio Deepdesign che in questi anni di attività ha sviluppato progetti di prodotto e scenari evolutivi in diversi ambiti: dal packaging alimentare all'elettronica di consumo, dall'arredo alla cosmesi.

In questi anni hanno progettato scenari e prodotti per aziende ed enti appartenenti a diversi settori merceologici, tra i quali Aldo Coppola, Barilla, Castelli Haworth, Coca Cola, Coin, Giochi Olimpici Torino 2006, Coop, Daimler Chrysler, Giorgetti, Glaxo Smithkline, JVC, Kitchen Aids, Kraft Suchard, Kimberly Clark Corp., Imetec, Mandarina Duck, Nec, Panasonic, RSVP, San Lorenzo, Whirlpool Europe. Sono stati premiati nei concorsi Young & Design (1996, 1997, 1999, 2000), Cosmopack (1995, 1996), Esaedro (1997), ID Award (2004, 2009), Selezione Compasso d'Oro (2005, 2006), Green Dot Award (2009).

Hanno tenuto lezioni presso la Facoltà del Design del Politecnico di Milano, la SDA Bocconi, la Scuola Politecnica di Design, l'Istituto Europeo di Design, lo IUAV di Treviso e l'Istituto Superiore di Design di Napoli. Raffaella è ricercatore confermato presso la Facoltà di Design del Politecnico di Milano.

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