
intervista
Intervista a Marc Sadler
20 Novembre 2010
È a due passi da una casa «con molti bambini, tanto amore e poco design» e da quella Domus Academy in cui è docente, lo studio di Marc Sadler a Milano.
Io che con Via Savona ho poca dimestichezza mi incammino dal Naviglio Pavese sottovalutando la distanza che mi separa dal civico 97 e finisco per rosolarmi sull'asfalto di una stranamente - almeno per quest'anno - assolata giornata milanese. Ma la fortuna è dalla mia, e prima di dedicarsi al nostro incontro, Sadler mi lascia il tempo di riprendermi. Insieme al direttore generale di Kerasan, Roberto Banditelli, ha una piccola pletora di colleghi giornalisti a cui dar conto della collezione da bagno Cento firmata per i cinquant'anni del marchio del Gruppo Giovanni Colamedici. A prendersi cura di me ci pensa Paola Pedrieri, elegante padrona di casa che, in pochi gesti e in maniera eloquente, conferma in me la convinzione già tanto radicata che la grandezza di certi uomini è anche frutto della donna che scelgono di mettersi al fianco. Ma tant'è.
Lontano dalla confusione della fiera e dall'anonimato di alcuni incontri ingessati, nello studio di Via Savona i magnifici armadi dell'ex fabbrica Colussi riadattati allo spazio milanese raccontano di un passato veneziano che riecheggia nella mente di Sadler insieme ai viaggi in laguna sul vaporetto 52 con l'amministratore delegato di Foscarini, Sandro Vecchiato, «che già dieci anni fa - sorride al solo ricordo del dialetto veneziano -, mi raccontava preoccupato dei costi della produzione a Murano».
E sebbene non di questo, il designer francese d'adozione ma europeo per vocazione si sia occupato per l'azienda di Marcon (Ve), è pur sempre per lei che, nel 2001, si è visto aggiudicare il Compasso d'Oro. Il primo l'Adi Design Index aveva già pensato bene di assegnarglielo nel '95 per la lampada morbida Drop disegnata per Flos-Artemide. Una committenza felice quella per il mondo dell'illuminotecnica che, ancora oggi, a pochi mesi dal conseguimento dell'I.S. Magazine's Design Distinction Award 2010 giunto per Tress (sempre di Foscarini), pone il nostro interlocutore fra i top designer del settore.
Ma facciamo un passo indietro, perché se è dell'opera di Marc Sadler che si vuol sapere, di materia si deve parlare. Complice una specializzazione spinta nella progettazione di oggetti hi-tech per l'universo sportivo, che lo caratterizza fin dalla tesi all'Ecole Nationale Supérieure des Arts Décoratifs di Parigi, nella ricerca delle lampade Mite e Tite firmate per la già citata Foscarini, c'è anche molto del materiale in fibra di vetro combinata, fino allora utilizzata in prevalenza per la progettazione di attrezzature sportive come sci, mazze da golf e racchette da tennis. E tute da motociclisti?, gli domando curiosa guardando verso l'ingresso quel che rimane di quanto indossato dall'ex motociclista Marco Lucchinelli, dopo una caduta in pista a 160 km all'ora. No, quella non l'ha progettata Sadler, ma gli piace stia lì.
Agli onori della cronaca del design di settore il protagonista di questo ritratto è salito per il primo scarpone da sci progettato in materiale termoplastico e per quel Motorcyclist's Back Protector disegnato per Dainese, che dal 1998 fa mostra di sé nella permanente del design, al Moma di New York. Una metropoli in cui Sadler tornerebbe «volentieri a vivere», ma intanto è dal suo studio di Milano e da un'Italia in cui vive da dieci anni - «forse un po' troppi» - che rivendica un'assoluta appartenenza alla scuola del Form & Function, «dove l'attrezzo sportivo è generato per aumentare le prestazioni dell'atleta e non c'è spazio per quel marketing che spinge solo la domanda». Una domanda, oggi come oggi, ridimensionata dalla crisi che - Sadler non è il solo ad augurarselo - sta forse lasciando spazio a progetti «più funzionali e attenti».
Come quello nell'ambito della valigeria che, al momento in cui scriviamo, vede impegnato il nostro interlocutore nella realizzazione di un progetto dove «tecnologia e innovazione rispondono alla volontà di un imprenditore italiano, che ha avuto la capacità di rigenerare il proprio mestiere». Una caratteristica che piace a Sadler, che anche nel mondo del bagno ha saputo legarsi a brand diversi ma con alcuni denominatori comuni. È il caso di Revita e Albatros (di cui è celebre il box doccia Apotheos che, nel '95 gli è valso il Design Plus) e, sempre in tema di idromassaggi, anche dei progetti firmati per Ideal Standard, di cui Sadler ha curato la direzione artistica dal 2003 al 2006.
Ma è sui mobili da bagno disegnati per Karol e su quanto realizzato per Kerasan che il designer sofferma lo sguardo, costantemente in cerca com'è «di aziende che abbiano voglia di annusare il tempo». Un modo di fare che Sadler apprezza soprattutto nella già citata realtà del Gruppo Colamedici, per la quale, a questo Cersaie, ha presentato anche quattro versioni colorate di quella che definisce “una corale da bagno” disegnata per offrire al mercato strumenti “universali e intercambiabili”. «Il secondo passo - ci confida - sarà prendere ciò che è stato vissuto con la ceramica dai nostri genitori e restituirgli la versatilità dei nostri tempi». Una scommessa di Kerasan che, per Sadler, sta proponendo «in tempi da record per il mondo della ceramica» performance di prodotto «uniche ma che non hanno bisogno di avere davanti degli intenditori per essere comprese».
Così, in attesa di toccare con mano anche gli accessori, le mensole, i lampadari e molto altro pensato per completare la collezione in ceramica Cento, a Bologna Sadler ha firmato anche le zone doccia di grandi dimensioni della romana Treesse. Ma che si tratti di aziende come Caimi Brevetti, per la quale, con la libreria in metallo e alluminio Big, nel 2008 Sadler ha vinto il XXI Compasso d'Oro, o di illustri nomi degli imbottiti sparsi fra Lombardia e Veneto, o delle Rubinetterie Ottone Meloda, per le quali il nostro designer ha lavorato in passato, o della cucina Carré realizzata quest'anno per Ernestomeda, il risultato non cambia.
Per Sadler: «È sempre una questione di qualità dei progetti e delle persone coinvolte». Tant'è vero che, se potesse, riunirebbe in una sola stanza tutti gli opinion leader del momento «per affrontare con loro progetti utili, che non siano inficiati dalle regole del marketing ma da quello che mia nonna chiamava, molto semplicemente, “buon senso”».
Alzi la mano chi non ha avuto una nonna come la sua.













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