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Intervista a Luisa Bocchietto – ADI
29 Novembre 2011
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“Nella presidenza che mi ha preceduta, quella di Carlo Forcolini, l'ADI è cresciuta, da associazione locale, tipicamente milanese, a una dimensione nazionale, con la creazione di delegazioni nelle diverse regioni italiane.
Il lavoro svolto dall'ADI in questi ultimi anni, anche sotto la mia presidenza, in continuità con quello precedente, è stato quello di proseguire nell'apertura verso il territorio; da un lato per facilitare l'accesso al Premio Compasso d'Oro ADI da parte di nuove aziende e nuovi progettisti presenti su tutto il territorio, dall'altro per stimolare iniziative a livello locale e per fare conoscere la nostra attività.
La selezione del miglior design per il Premio Compasso d'Oro ADI è un'operazione complessa, oggi ormai strutturata; ogni anno viene redatto l'ADI Design Index, la pubblicazione che seleziona il miglior design italiano attraverso l'Osservatorio Permanente per il Design ADI. Quest'Osservatorio, che è distribuito sul territorio, è fondamentale, perché permette di selezionare in primo luogo le segnalazioni locali, facendo emergere nuove realtà, poi i prodotti che superano le
valutazioni delle commissioni tematiche nazionali, per arrivare alla selezione dell'eccellenza a cura di un comitato finale. La ramificazione sul territorio serve, da una parte a far arrivare le nuove segnalazioni dal territorio, dall'altra a portare le iniziative dell'ADI anche localmente, principalmente in collaborazione con le Camere di Commercio.
Oltre a questa attività, in questi ultimi anni, abbiamo cercato di raggiungere il contatto con le Istituzioni; a questo proposito il Premio Compasso d'Oro ADI, che è da sempre stato celebrato a Milano, con cadenza triennale, nel 2008 è stato celebrato a Torino, in concomitanza del World Design Capital, e nel 2011, nel luglio scorso, a Roma, in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia. L'obiettivo è stato quello di portare all'attenzione delle Istituzioni il valore di questo patrimonio; il Premio e la sua Collezione Storica, dichiarata nel 2004 "Bene di interesse nazionale".
I tempi sono cambiati, questo straordinario lavoro di rilevazione della qualità del design italiano, svolto a titolo volontario dall'ADI da più di 50 anni, in modo sussidiario allo Stato, che non trova equivalente in altri paesi, merita infatti di essere considerato e valorizzato. Più di 200 persone collaborano con ADI per la selezione dei prodotti da pubblicare su l'ADI Design Index, che costituisce la preselezione al Premio Compasso d'Oro ADI. Questo screening a livello territoriale porta, in molte regioni, anche alla pubblicazione di Codex regionali per evidenziare quei prodotti e quelle realtà che, seppur non selezionate dall'Index, meritano attenzione. Un modo per comprendere l'evoluzione di future eccellenze. È un lavoro che porta ogni tre anni al Premio Compasso d'Oro ADI e che accumula una Collezione (la raccolta dei prodotti vincitori), che è un vero e proprio patrimonio per l'Italia, rimasta troppo a lungo trascurata.
Il Comune di Milano solo recentemente, riconoscendo il valore di utilità pubblica dell'azione dell'ADI, ha assegnato alla Associazione una futura sede di 5.000 metri quadrati, che ospiterà in modo permanente la Collezione Storica del Compasso d'Oro. Sarà una soddisfazione grande
per tutti noi e un'opportunità per la città.”
Parliamo del Made in Italy e del ruolo dell'ADI: come l'ADI riesce a promuovere il design italiano a livello internazionale in modo strategico, per mettere insieme creatività ed economia?
“L' “ADI nel mondo” appartiene a una fase che stiamo riaprendo; purtroppo siamo una realtà che deve fare i conti solo su se stessa, senza alcun contributo da parte dello Stato. Ci sono decine di premi di design nel mondo, pesantemente finanziati dagli Stati o che fanno capo a delle
organizzazioni che lavorano in modo orientato al business. Siamo in competizione con delle realtà che hanno enormi possibilità e sta diventando, sempre più, una lotta impari.
Raggiungere con il nostro appello le Istituzioni è stato un obiettivo per far conoscere questa realtà. Paghiamo lo scotto di un paese che non fa sistema: l'ADI è un'associazione privata; questo oggi rappresenta un limite, in un regime di concorrenza mondiale che vede impegnati i Paesi in modo coeso.
Infine, aver focalizzato l'attenzione sul design italiano è stata una scommessa vincente, ma oggi rischia di precluderci alcune strade. Stiamo pensando a un premio che comprenda anche una categoria internazionale.”
Qual è la peculiarità e l'identità del design italiano rispetto alla sempre più pressante concorrenza internazionale?
“Il design italiano ha sempre saputo evolvere nel tempo, rimettendo in discussione se stesso e continuando a ricercare stimoli diversi.
Le aziende italiane lavorano con designer di tutto il mondo e questo non accade in egual misura negli altri Paesi. Molti designer che oggi sono delle star internazionali lo devono alla produzione e collaborazione sviluppata in Italia.
Alcuni pensano che in questo il design italiano abbia perso di identità, invece è molto percepibile il life style italiano e il design ha contribuito in modo notevole all'affermazione del Made in Italy nel mondo. La nostra apertura e la nostra visione ci contraddistinguono.
Questa attenzione dell'ADI per il design italiano, accanto al lavoro di selezione, ha permesso un continuo ripensamento su cosa sia e cosa diventi il design, sui criteri di selezione, su come evolvere. Il lato intellettuale interessante è appunto questo: il risultato del lavoro dell'Osservatorio è la selezione dei prodotti, ma il vero scopo è quello di capire il design, di indirizzare l'attenzione sui nuovi temi.
Nel design italiano c'è ancora la componente della sfida; nel mercato anglosassone il design è una componente del marketing. Si usa il design perché rende più vendibile il prodotto. Invece gli italiani aspirano a fare "l'oggetto più bello del mondo", a volte non ancora accetto dal mercato, questa è la differenza!”
L'eredità del design dei Maestri pesa sulle nuove generazioni?
“L'opinione comune è che il design italiano si sia fermato ai grandi Maestri (Castiglioni, Zanuso, Magistretti). In realtà dopo la loro esperienza, partita negli anni '50, ci sono stati i fenomeni di Alchimia, di contestazione dell'industria, l'antidesign, il postmodern.
Il design italiano è sempre stato caratterizzato da una forte vis polemica, dal volere sempre mettere in discussione tutto. Dopo, sono arrivate le nuove generazioni che hanno potuto utilizzare gli strumenti di internet per farsi promozione.
Forse c'è una generazione di mezzo, nata all'ombra dei Maestri, che è stata più trascurata. Uno degli obiettivi dell'ADI è valorizzare di più queste figure. Una generazione di mezzo di grandi designer che le riviste, per pigrizia intellettuale credo, non hanno adeguatamente considerato.”
Come è cambiato il modo di concepire il design nell'era delle tecnologie digitali?
“Come è avvenuto per l'architettura, anche per il design la rappresentazione digitale ha portato a progettare forme più fluide. Il risvolto negativo è che sono stati contrabbandati spesso per prodotti reali delle modellizzazioni virtuali, che erano invece solo dei render.
Il disegno iperrealistico inganna, illude il mondo che il prodotto sia stato sempre verificato, prodotto, venduto. L'altro rischio è quello del compiacimento formalistico.”
Ha più volte sottolineato che fare design non è solo "prodotto" ma anche "processo" e "servizio". Avete infatti introdotto nelle tematiche ADI anche il "design dei servizi", cosa significa?
“Nell'ADI Index c'erano fino a poco tempo fa, insieme alle tradizionali categorie di prodotto, anche le ricerche e pubblicazioni, gli allestimenti, la grafica. Proprio perché chi fa design sa che il design non è solo la forma finale del prodotto: il vero lavoro è interferire con il processo industriale, fare dei trasferimenti di tecnologia, innovare, ricercare, comunicare.
Oltre a queste categorie abbiamo recentemente introdotto il "design dei materiali" e il "design dei componenti". C'è infatti chi progetta "a monte del prodotto". Occuparsi del processo vuol dire avere una visione che comprenda tutta la filiera. "Prodotto" dunque e poi "processo", per arrivare anche al "servizio". Questo perché, a livello globale, in un mondo sempre più industrializzato, si assiste sempre di più a un aumento dei servizi. Il mondo dei servizi coinvolge più obiettivi; c'è il pensiero di raggiungere le persone, di fare comunicazione, di fare assistenza. La categoria del "design dei servizi" è nata all'interno del Politecnico di Milano, ma il fatto che un'istituzione come l'ADI, dall'esterno, riconosca il valore di una ricerca accademica traduce quel valore in fatto concreto.
Il design dei servizi coinvolge molti attori diversi, con una regia che, spesso, ha una componente formale molto importante: non è solo un processo di tipo ingegneristico-funzionale, ma una ricerca che parte da un'idea, da una scommessa, dall'utopia di fare un progetto collettivo con delle qualità di bellezza intrinseca. Faccio un esempio concreto: tra i selezionati nella categoria “design dei servizi” dell'ultimo ADI Index c'era lo sviluppo del progetto di "Che Banca" che è, al tempo stesso, un progetto di allestimento, lo studio di una nuova concezione degli spazi, ma anche un progetto di servizio rinnovato verso l'utente. Nel design dei servizi c'è un'idea strategica e una progettazione che va nella direzione dell'utente. Spesso, in questi gruppi di lavoro, il designer ha un ruolo fondamentale perché è in grado di proporre idee innovative, realizzabili in prodotti concreti.”
Lei è art director di diverse aziende; come può interagire il design nel processo industriale?
“L'opportunità di mettere in pratica in azienda quanto imparato, nel corso degli studi con Marco Zanuso, è stata una vera mission; il design non solo in quanto forma dell'oggetto, ma anche come capacità di interferire con il processo industriale.”
L'artigianato costituisce ancora, come è stato in passato, una componente del design industriale?
“Ci sono tre componenti, l'arte, l'artigianato e il design, che presentano delle zone di sovrapposizione. Noi ci occupiamo in particolare del "design industriale", che significa realizzare degli oggetti che saranno prodotti in grande numero. Tuttavia anche una Ferrari di Formula 1, un prodotto che è realizzato in un numero limitato di pezzi, di raffinatissima realizzazione artigiana, è parte del disegno industriale, perché mette alla prova materiali innovativi che poi potranno avere delle applicazioni su più vasta scala. Anche se vi è un numero limitato di pezzi, troviamo componenti industrializzate, ricerca, materiali sperimentali. La cosa interessante è che ci sia un legame con la produzione e che ci sia dell'innovazione tecnologica, funzionale e formale. All'ADI in particolare interessa l'innovazione, non la gratuità dell'ennesima sedia, declinata come esercizio formale.”
Luisa Bocchietto
Laureata nel 1985 al Politecnico di Milano con Marco Zanuso e contemporaneamente diplomata presso lo IED, dal 1985 lavora come architetto e designer con proprio studio a Biella, dove è stata anche presidente dell'Ordine degli Architetti alla creazione della Provincia.
Ha istituito la Delegazione ADI del Piemonte nel 2004, di cui è stata presidente per due mandati. Dal 2008 è Presidente dell'ADI nazionale. Membro del Consiglio Italiano del Design, di giurie internazionali, collabora con i diversi Ministeri per la promozione del design italiano.
Ha promosso, a titolo personale, le mostre "DcomeDesign" e "Pop Design".
I suoi progetti e prodotti sono stati pubblicati da molte riviste del settore.
Tag: ADI, design della comunicazione, eventi e mostre design, icons, italian style



















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