
intervista
Intervista a Karim Rashid
20 Luglio 2010
Il prodotto di design è il frutto di una perfetta intesa tra azienda e progettista; il negozio, un'esperienza multimediale; le relazioni, l'essenza stessa della vita: questo il “pensiero” di Karim Rashid, di sicuro il designer più eclettico, geniale e produttivo di questo decennio, un'"archistar" acclamata ovunque nel mondo grazie ad oltre 3000 progetti realizzati o in fase di realizzazione e innumerevoli premi e riconoscimenti prestigiosi, tra cui svariati Red Dot Award-Chicago Athenaeum, vari I.D. Magazine Annual Design Review e IDSA Industrial Design Excellence Award.
Karim, sei molto popolare in Italia, le persone e le aziende italiane amano il tuo stile di design. Con quali aziende italiane stai collaborando attualmente e a quali progetti?
Al Salone del Mobile 2010 ho presentato nuovi progetti con XO, Tonelli, Felice Rossi, Softline, Domodinamica, Talenti, Temahome, Ciacci, Valdichienti, Bitossi, alcuni termosifoni per Caleido, porte per Dibi e Albed, bagni per Axia e Domovari, rubinetti per Fantini, cucine per Scavolini, e una casa d'ispirazione concettuale per Corian. Questo è un anno più tranquillo per me… Tra i progetti di design che prediligo - creati per le aziende italiane - ci sono il divano Koochy di Zanotta, la sedia Butterfly di Magis, i tavoli e le sculture di Bitossi Ceramiche e la sedia Swing per Frighetto…
Quali sono i tuoi progetti - oggetti e complementi per la casa - di maggior successo fino ad oggi?
Nel 1995, per Umbra, ho disegnato Garbo, un porta rifiuti che, fino ad oggi, negli Stati Uniti è stato venduto in 8 milioni pezzi: questo mi ha dimostrato che gli americani vogliono si design, ma a un prezzo accessibile. Un'altra esperienza importante è stata con Method (prodotti per la cura del corpo e della casa), per cui ho creato contenitori con un design eccellente. E questo è stato uno vera manna per il mercato del packaging, perché ha saputo spronare le grandi case produttrici di settore del mondo, come la Procter&Gamble, a rivoluzionare il design dei loro prodotti.
Per l'architettura, invece, il progetto di cui vado più fiero è il Semiramis Hotel, ad Atene. Si tratta di un progetto ampio, dove ho progettato proprio tutto, dall'edificio alle posate, dal sapone alla piscina, dai garage ai mobil fino ai contenitori del colluttorio…!
È possibile conciliare la creatività con le esigenze del mercato? E in che modo sei riuscito nei tuoi progetti?
Come potete vedere, in ogni progetto cerco di sperimentare. La questione primaria non è la forma. È l'idea, il concetto. Io lavoro sui i punti di forza del cliente. L'arte del vetro soffiato, la lavorazione del legno e della fibra di vetro, lo stampaggio ad iniezione o a rotazione: è questo il patrimonio culturale di un'azienda, di cui il design deve tener conto. Il design non è un atto egoistico, ma una forma di collaborazione. Se decido di lavorare con un'azienda, quindi, l'aspettativa è che vi sia sorta un “matrimonio” tra il la mia visione, le mie idee, il mio brand e la loro cultura aziendale. Generalmente le società con cui collaboro, o chiedono di collaborare con me, hanno una filosofia molto simile alla mia, e questo fa sì che il lavoro funzioni davvero bene. È solamente un mito quando si dice che il progettista ha un'idea e l'azienda la produce. Il vero lavoro è la collaborazione, la fusione di menti, di visioni e di ideologie. Mi ci sono voluti molti anni per imparare che una collaborazione può funzionare solo quando si hanno buone relazioni, e le relazioni sono tutto nella vita, nell'amore, negli affari, nell'amicizia.
Il negozio può essere oramai considerato un “medium”. In che modo si può parlare di design all'interno di un negozio?
Il mondo sta diventando molto intelligente - sia visivamente e sia rispetto all' informazione. L'energia e gli orari sono ipertrofici e i consumatori sono interessati a essere continuamente stimolati, ad essere entusiasti del loro ambiente fisico. È il residuo dell'era digitale. Oggi, se si decide di fare acquisti nei negozi (online e non), l'esperienza deve essere seducente, accattivante e stimolante. Idealmente i nostri ambienti pubblici dovrebbero trasudare energia positiva, un nuovo tipo comfort che sia l'estensione della nuova era del casualismo e del benessere spirituale. Invece lo shopping è ancora incredibilmente banale. Quest'anno gli americani hanno speso 30 miliardi su Internet. Oggi per andare in un negozio abbiamo bisogno di un vero motivo. Sì, esiste il concetto di negozio-evento, con, ad esempio, zone di lettura o con montagne russe - come in alcuni centri commerciali, ma ora tutto questo non è più sufficiente. Per esempio, per Giorgio Armani, ho progettato tre boutique molto avanzate concettualmente, che però non sono mai state realizzate. Quando Armani mi ha chiesto di disegnare tre piccoli negozi a New York, Parigi, Milano, la mia idea era: dare più forza al brand e meno all'acquisto di capi di abbigliamento. In sintesi il concetto era di assumere fotomodelli disoccupati (nelle città ce ne sono molti che lavorano per lo più in ristoranti…) e di farli cambiare d'abito ogni mezz'ora facendoli sfilare nel negozio proprio come se ci fosse una sfilata in corso e in modo tale che la gente potesse interagire con loro. Le immagini sarebbero state riprese e proiettate su grandi vetrate, così che la sfilata potesse essere reale e virtuale contemporaneamente. Inoltre, i clienti non avrebbero dovuto provare nessun abito dal vivo: grazie ad una scansione completa del proprio corpo, ciascuno poteva infatti indossare virtualmente qualsiasi capo Armani e vedere la proiezione della propria immagine su un maxi schermo. E tornando a casa, si poteva continuare a provare altri vestiti attraverso il proprio PC e fare l'ordine d'acquisto in qualsiasi momento. Una vera e propria esperienza digitale del 21° secolo! Armani però mi ha detto che era tutto troppo tecnologico e “troppo Rashid”. Questo è quel che succede quando il co-branding e il rapporto con il cliente non funzionano.
I tuoi prodotti di design sono caratterizzati da colori brillanti, da linee morbide e da certe geometrie che sono il “simbolo” dei tuoi progetti. Puoi riassumere gli elementi più significativi di questo tuo caratteristico “fare progettuale”?
È difficile per un designer definire il suo stile… Ho sempre definito il mio lavoro come minimalismo sensuale, ma anche tecno-organico e info-estetico. Cerco sempre di mantenere un certo livello, anche solo una sfumature di originalità o d'innovazione, sia che si tratti di un nuovo materiale, di un nuovo comportamento umano o di una forma, di un metodo di produzione. Se posso inserire più di uno di questi elementi in un progetto, sono doppiamente soddisfatto…. Il design è il nostro paesaggio intero costruito. Il design è plasmare la contemporaneità.
Karim Rashid in sintesi
Karim Rashid nasce nel 1960, consegue la laurea in industrial design presso la Carleton University di Ottawa (Canada) e perfeziona i suoi studi in Italia con Ettore Sottsass. Oggi vive e lavora a New York presso il suo Studio, Karim Rashid Inc. Con 3000 progetti messi in produzione, molti dei quali esposti in 20 collezioni permanenti del mondo, Rashid è una star internazionale del design. Tra i suoi progetti celebri, il Semiramis Hotel di Atene, il locale Powder di New York, o il Sci Fi di Palm Spring. Alessi, Artemide, Bonaldo, Della Rovere, Bitossi Ceramiche, Frighetto, Foscarini, Cappellini, Prada, Sony, Coca Cola, Kenzo, Giorgio Armani, Samsung, Swarovsky sono solo alcune delle aziende con cui collabora.
Tag: arredo urbano e spazi pubblici, colors, high-tech















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