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Intervista a Giulio Iacchetti

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Intervista a Giulio Iacchetti

Parla così di sé e dei suoi colleghi designer Giulio Iacchetti, che Living24 ha incontrato a Milano

Davide Rota

Incontriamo Giulio Iacchetti, uno dei più eclettici e famosi designer meneghini, che ci parla della sua idea di progettazione...

Qual è la tua filosofia progettuale?
Forse bisognerebbe indagare soprattutto le esigenze che le aziende esprimono nel momento in cui vogliono lavorare con me. Tante volte la filosofia progettuale riesco a tratteggiarla solamente a posteriori, dopo che ho realizzato l'oggetto; mentre sono nell'atto di creare mi lascio trasportare e non mi attengo a una regola rigida. Certamente la semplificazione, un percorso verso la semplicità è quello da cui sono sempre stato attirato: è un percorso complesso, muoversi dalla complessità per delineare degli elementi fondamentali e sviscerarli da ciò che è in eccesso è qualcosa di molto gratificante, ma non solo nel progetto, anche nella vita.

All'interno dei tuoi progetti si nota sempre una certa affinità con il mondo del gioco...
Generalmente i miei progetti, quando possibile, sono segnati da una leggera vena ironica che mi interssa molto, per prima cosa perchè rappresenta un'eredità del mondo del design italiano: i fratelli Castiglioni, Munari informavano molti dei loro progetti con questa leggera vena ironica. Un altro motivo è il fatto che mi ricordo sempre il famoso detto "chi non ride mai non è una persona seria", quindi mi piace traslare questo significato profondo all'interno del mondo degli oggetti. Credo che, un oggetto che prima di essere utilizzato riesce a strapparti un sorriso, sia un ottimo oggetto.

Negli ultimi tempi si percepisce un netto ritorno "al saper fare manuale", all'artigianato, sei d'accordo?
Io trovo che ci sia un grande ritorno all'artigianato, quasi un'esigenza per tutti i designer che si sono formati sul mitico sogno del rapporto con le aziende e che, ora come ora, si trovano spiazzati dalla poca disponibilità delle stesse in questo periodo di crisi. Il saper fare sta diventando quindi un bisogno importantissimo per chi vuole progettare e creare qualcosa di proprio e un artigiano è in grado di guidarti in questo percorso, un saper fare completamente staccato dalle logiche del marketing selvaggio dove devi produrre tanto e poi trovare qualcuno a cui affidare il tutto. Trovo meraviglioso il fenomeno dell'assenza del magazzino in favore di un costruire "su misura", un costruire sartoriale.

Alcuni tuoi progetti hanno un'aspetto "eco", cosa ne pensi?
In realtà credo che da sempre il design italiano abbia guardato - direttamente o indirettamente - all'aspetto green dei prodotti. Nel momento in cui sono stati generati progetti formidabili, come quelli dei grandi maestri, questi erano portatori di una qualità formale, materica e progettuale che ancora oggi difficilmente vengono buttati: la prima regola della sostenibilità, credo debba essere quella di pensare oggetti che possano avere una vita duratura, soprattutto nel gusto, per evitare lo spreco facile; la seconda cosa è cercare di capire le situazioni. A me non interessa che una lampada sia bio-degradabile, ma che faccia una buona luce e che duri nel tempo. Altresì mi interessa che  un cucchiaino da gelato che viene gettato con lo scodellino di carta, non procuri un danno all'ambiente.

Puoi spiegarmi il significato di "Atlantide", l'installazione creata con la collezione Olivia per Globo?
Quest'opera rientrava in un progetto collettivo, una mostra in cui ogni azienda con i propri designer, doveva rappresentare una parte di mondo, creando un percorso allegorico attraverso i propri pezzi. Per me scegliere Atlantide, ha significato occuparmi di qualcosa che ancora non esiste: una volontà insita all'interno di ogni progetto, perchè va a prefigurare situazioni inesistenti. In fondo siamo (i designer n.d.r.) dei visionari, perchè immaginiamo qualcosa che sta in uno stato della mente che è quello ideale, e cosa c'è di più ideale di Atlantide? Qualcosa che tutti conoscono e descrivono ma nessuno in realtà ha mai visto, perchè fa parte della mitologia e del sogno. Quindi quest'opera rappresenta un concetto di ricerca assoluta, di fantasia e di tutto quel mondo che attiene al progetto

Sarebbe interessante approfondire questo aspetto dei "progetti collettivi", per esempio quello per la COOP...
E' qualcosa che rappresenta un mio recente passato. In quel momento ho capito la necessità di coordinare un'azione collettiva cercando di coagulare l'azione di tanti designer italiani che conoscevo e che apprezzavo, trovando un contesto in cui ogniuno di noi potesse muoversi indipendentemente, ma per un fine comune. Tutto questo è stato possibile grazie alla COOP che mi ha commissionato la progettazione di diversi oggetti di uso comune. Dei 20 progettisti che ho coinvolto, 11 hanno realizzato oggetti che sono entrati in produzione.

Che rapporto hai con le aziende?
Dire che è fondamentale sarebbe pleonastico, perchè un dsigner non può vivere senza aziende. Per il nostro lavoro necessitiamo di un'interfaccia che lo recepisca e lo restituisca; il progetto prende sostanza dal disegno industriale, ogniuno poi ha un percorso diverso che lo porta ad interloquire con le aziende in modo personale.

E con le scuole di design?
Diciamo che ogni anno mi aggiorno svolgendo attività didattica in qualche scuola, cambio sempre perchè non mi piace ripetermi. La scuola ha una grandissima importanza, in quanto è un confronto diretto: puoi capire cosa gli studenti, le altre persone pensano di quello che dentro di te sembra ormai consolidato. Ma oggi c'è un problema di fondo nelle scuole: si vuole far passare il  messaggio che le scuole devono servire per l'immissione al mondo del lavoro, si deve in qualche modo certificare che gli studenti che escono da un determinata scuola, il giorno dopo hanno il lavoro. E' completamente sbagliato, perchè si sta cercando di vendere il fatto che, chi studia come architetto, poi debba fare l'architetto. Io credo che un buon progettista resti tale in ogni campo in cui si impegna. D'altronde un buon progettista è uno su mille. Una scuola deve tornare a dare una certa apertura mentale, una certa cultura, una certa sensibilità; ti deve preparare al mondo, non ti deve preparare alla professione, il lavoro si impara sul campo.

Giulio Iacchetti, nato nel 1966, si occupa di industrial design dal 1992. All'attività di progettista alterna l'insegnamento presso numerose università e scuole di design, in Italia e all'estero. Caratteri distintivi del suo fare sono la ricerca e la definizione di nuove tipologie oggettuali, come il Moscardino, posata multiuso biodegradabile per cui, nel 2001, si aggiudica, con Matteo Ragni, il Compasso d'Oro ed entrata a far parte della collezione permanente del design al MoMA di New York. Con l'ideazione e il coordinamento del progetto collettivo Eureka Coop, realizzato per Coop Italia, ha portato il design nella grande distribuzione organizzata e caratterizzato la nuova generazione del design italiano. Nel 2009 questo progetto gli è valso il Premio dei Premi per l'innovazione conferitogli dal Presidente della Repubblica Italiana. All'attività di progettista si aggiunge la direzione artistica per importanti marchi come iB rubinetterie, ceramica Globo e il Coccio design edition. Per Corraini Edizioni ha curato il libro Italianità, una raccolta di interventi relativi agli oggetti, ai simboli, agli odori, ai sapori e ai suoni che contribuiscono a formare la coscienza del popolo italiano. Nel maggio 2009 la Triennale di Milano ha ospitato una sua mostra personale intitolata “Giulio Iacchetti. Oggetti disobbedienti”.

Tag: colors, ecodesign, education, icons, italian style

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