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Intervista a Fabio Novembre

intervista

Intervista a Fabio Novembre

Living24 ha incontrato Fabio Novembre nel suo studio milanese, ecco cosa ci ha raccontato

Alessandra Coppa

Living24 ha incontrato Fabio Novembre nel suo studio in coincidenza con la presentazione del suo libro "Il design spiegato a mia madre", edito da Rizzoli.

Come spiegare il design senza immagini? Con una conversazione in forma di confidenze capaci di svelare i processi della natura segreta del progettare. Fabio Novembre, designer italiano tra i più noti a livello internazionale, si racconta attraverso il dialogo maieutico con Francesca Alfano Miglietti, teorica dell'arte, nelle 157 pagine del libro fresco di stampa “Il design spiegato a mia madre” (Rizzoli). Il design non è figurato ma evocato, sotteso. Sta dietro all'immagine, in agguato. Strano, per il personaggio designer eccentrico e archistar che Novembre ci aveva abituato a conoscere. La conversazione rivela un Novembre inedito, un creativo poetico dalla controllatissima professionalità, dove la maschera nasconde e insieme lascia trasparire visioni, metafore e ossessioni. “Né secco né asciutto, ma liquido, una figura che va in molte direzioni”, come lo definisce l'Alfano Miglietti, Fabio ci accoglie nel suo enigmatico loft di via Perugino insieme al gatto Jack.

 

Fabio Novembre: Io sono zero radical chic, zero torre d'avorio. Sono invece a tutto campo, debordante ma non egocentrico o aggressivo. Tante volte vengo mal interpretato, ho ancora quell'irruenza da meridionale entusiasta che non ho mai perso. Non riesco a incasellare le cose, o mi si accetta in questa specie di costante eruzione estemporanea, o è difficile sopportarmi.

 

Alessandra Coppa: Perché un libro senza immagini dopo il bombardamento iconico del Salone del mobile?

 

F.N.: Il libro nasce da una richiesta di Rizzoli di un libro divulgativo sulla mia professione. Vengo percepito come una personalità trasversale, non un architetto o designer puro, quello che veramente mi interessa è la comunicazione, poiché sono più dotato con le parole che con i disegni, allora spesso dedico tempo alla scrittura. La scelta di non mettere immagini è stata molto forte, abbiamo cercato di fare un libro che fosse prima di tutto contemporaneo in forma di domanda e risposta, che permette un ritmo più personale. In questo modo riesci ad avere un tuo ritmo, fermarti quando vuoi: è un libro che si può aprire in qualsiasi punto. Ho scelto io la compagna di strada, Francesca, una persona con cui si può parlare di qualsiasi cosa mescolando indifferentemente cultura alta e cultura bassa, con lei parli di tutto usando tutti i tipi di metafora, una persona fantastica. Mi piaceva la velocità d'intesa che abbiamo con Francesca, allora è diventata una partita di ping-pong, neanche di tennis, perché lo scambio è molto più veloce.

 

A.C.: Dedichi il libro a tua madre Erminia…

F.N.: Mia madre è morta circa un anno fa. Nonostante io viva da 25 anni lontano da casa è stata una mancanza che mi ha profondamente segnato, non credevo di essere ancora profondamente legato alla figura materna, anche perché nel frattempo sono diventato padre e sono cambiate tante cose.

C'è qualcosa di simbolico molto forte. Tua madre è veramente la soglia fisica al mondo, tu vieni fuori dal grembo di tua madre. La madre è la porta materiale per l'ingresso al mondo, quindi quando non c'è più lei, quando diventa polvere, è come se scomparisse la porta, non puoi più tornare indietro. C'è qualcosa di psicologico. La mostra dell'anno scorso alla Triennale è stata completamente dedicata a mia madre.

 

A.C.: Infatti sembrava di entrare in un utero materno.

F.N.: Si era ammalata a settembre e contemporaneamente avevo cominciato a lavorare sulla mostra, è stato un lavoro psicologico. Quando sei creativo, il lavoro è come una terapia. Puoi leggere la vita di una persona attraverso la sua risposta progettuale.

La mostra in Triennale è come se fosse stata il capezzale di mia madre: il fiore, l'utero, oggetti ghost bianchi con ombre bianche. È stato un tuffo dentro i miei sentimenti più personali. Allora non avevo ancora finito di elaborare tutto questo. Un anno è servito ad arrivare a questo libro che ha avuto lo stesso titolo fin dall'inizio. Indica l'imbarazzo di ogni figlio di dover raccontare ai genitori che luogo ha scelto nel mondo, di cosa si occupa, cosa fa, dove va, cosa pensa. Il design è la mia vita, il mio mondo spiegato a mia madre.

 

A.C.: Sei davvero riuscito a farlo, o il libro è stato una metafora per spiegarlo a te stesso?

F.N.: No, è emblematica la prima frase del libro, quando dico che è molto difficile parlare seriamente con una madre perché mentre tu stai cercando di argomentare, lei ti guarda sempre con questo sorriso e dice 'hai fame, ti preparo qualcosa?'. Ti spiazza, ti fa sempre comunque sentire bambino. Spiegare il design a mia madre è una maniera per dirlo al mondo, per divulgarlo.

 

A.C.: Cosa significa il design per te, fra le definizioni accennate nel libro: immaginare mondi, essere una buona persona, fare il passo più lungo della gamba?

F.N.: Questo libro rappresenta un bilancio di percorso, frutto della mia esperienza. Se dico 'le gambe ti si allungano se fai il passo più lungo' è perché mi sono reso conto che ogni volta che ho esagerato mi veniva un'energia diversa. Ogni cosa che ho scritto non è 'teoria', ho cercato di guardarmi dall'esterno. Una definizione di design è impossibile, anche in 150 pagine, però è come se la cercassi. Uso sempre una metafora: prima di iniziare a giocare, disegna i limiti del campo come per un partita di calcio, poi inizia a giocare. Altrimenti è impossibile, non sai quanto deve essere calibrato il lancio del pallone per il cross al tuo compagno di squadra, non sai dove è la linea di porta. Questo fa parte del gioco: impara le regole prima di cominciare a giocare, perché sono quelle che dopo educano l'approccio. 'Mappo il campo' per quello che è la mia esperienza, per essere libero.

 

A.C.: Cosa devi ai tuoi maestri?

F.N.: I maestri sono fondamentali. Allo stesso modo di come tua madre ti fa sentire bambino, il maestro ti fa sempre sentire un allievo. Lui è arrivato fino a un certo punto, puoi superarlo nel tempo, ma intanto hai lui come riferimento. È un altro tipo di mappatura del campo. È come un record nell'atletica, i maestri ti servono per poter alzare l'asticella, ti insegnano che si può fare. Puoi superare il limite perché l'ha fissato un maestro, quindi sali sulle sue spalle e prendi la rincorsa.

I maestri hanno operato in un periodo storico diverso dal tuo. Non mi sento in competizione, sento invece l'agone, sono un agonista. Sento lo stadio che urla, ma non sono in competizione con nessuno. La gara è soprattutto con me stesso, con i miei limiti.

 

A.C.: Racconta la tua biografia attraverso sei oggetti che hanno una vita legata alla tua esistenza.

F.N.: Interessante. Tutti i miei progetti sono terapia, attraverso il progetto riesco ad esternare i miei sentimenti sia positivi sia negativi, tramutandoli in un oggetto, in un architettura per esorcizzare il  momento.

 

Partiamo con un oggetto del 2001: Org per Cappellini. È un tavolo quasi magico, che ha solo quattro gambe portanti più tantissime altre di corda, finte, che però sono trattate alla stessa maniera di quelle vere. È stata un operazione di magia. Mi interessava dare l'assoluta incertezza, l'ho chiamato Org come 'organismo', un specie di animale semovente all'interno della casa, le sue gambe morbide non davano alcun tipo di certezza. In più mi piaceva dare il tocco magico dell'equilibrio instabile. Quando l'ho mostrato al Salone del mobile le persone facevano questo ragionamento, dato che avevo arretrato le gambe portanti, tutti toccavano le gambe morbide e dicevano 'sta in piedi perché sono 171, nonostante siamo tutte morbide, ecco perché!'. Era come abbattere le certezze delle persone! Questo è meraviglioso. Trovo che le certezze siano pericolose!.

 

Nel 2002 sempre per Cappellini progetto il divano And. And come 'e' congiunzione in inglese, ma anche come DNA specchiato. È una specie di nuovo codice genetico di una generazione che cerca l'aggregazione al posto della separazione. Questo era il manifesto teorico. Allora vivevo in un loft in via Mecenate dove tutti avevano le chiavi di casa mia, con tanta gente in mezzo. Questo mi ha fatto pensare a una specie di oggetto-seduta che fosse replicabile all'infinito. E' mezzo modulo estendibile, un'elica replicabile all'infinito. Il divano perfetto per il mio tipo di vita in quel momento. La 'e' replicabile all'infinito corrispondeva a quel mio momento storico, di assoluta inclusione, di assoluta addizione, una 'e' congiunzione all'infinito.

 

Nel 2003 invece realizzo un oggetto che si chiama SOS, come un grido d'aiuto, che significava invece Sofa Of Solitude. Nel frattempo mi ero fidanzato con la mia attuale moglie, alla fine del 2002 lei mi lascia, stavo vivendo un momento di crisi. Che cos'è la solitudine? È la presa di coscienza che l'essere soli, è una specie di gabbia dorata in una massa di nero opaco. Quindi nascono delle sedute che sono dei cubi di un metro quadrato dove c'è esattamente lo spazio per il tuo corpo disegnato in pvc oro. Una gabbia perfetta per il tuo corpo dove ci entri da solo. Non lasci spazio ad altri, è come se fossi incastrato dentro.

 

Nel 2007 realizzo per Driade “100 piazze”. Questo progetto parte da una considerazione su chi sono io? Sono uno che ha studiato architettura quando ancora c'erano il rapidograf e la carta da lucido. Le piazze erano per me bambino che vivevo a Lecce i luoghi di incontro dove si giocava a calcio, si usciva di sera. Erano il fulcro della socialità; ora non sono più niente, sono i luoghi dove si ritrovano gli extracomunitari. Queste mie considerazioni sulla socialità sull'agorà che non c'è più, su cos'ero e su cosa sono oggi, mi hanno portato a fare questo oggetto in scala 1:250 in bagno d'argento.

 

Green line collection, 2009, una serie di vasi per fiori composta da quattro moduli, deriva dalla mia esperienza a Beirut dove sono stato per una conferenza. Mi hanno portato a vedere quella che chiamano Green Line, una strada che divideva il quartiere cristiano da quello islamico. Era diventata la linea divisoria della città. Sui palazzi delle due strade affacciate stavano i cecchini che si facevano continuamente la guerra. Ma era successa una cosa stupenda: dato che nessuno poteva più passarci, rischio la vita, era cresciuta l'erba in mezzo alla strada. La strada è stata ribattezzata Green Line. Quindi con Bitossi ho fatto questo lavoro trovando una texture antracite per poter dare il senso della rottura dell'asfalto, come se io lo avessi estratto dove il fiore è riuscito a trovare comunque la vita nonostante l'assurdità delle azioni umane. Se ne frega, e attraverso l'asfalto sboccia. La vita e la natura vanno molto oltre l'insensatezza dell'umanità.

 

Metterei come ultimo un pezzo di quest'anno Nemo per Driade. Non come il pesciolino, come purtroppo all'inizio hanno pensato! Nemo è Odisseo all'isola dei Ciclopi che alla domanda di Polifemo chi sei? Risponde Nemo, Nessuno. Questa è la mia radice greca, ho ancora quel tipo di mentalità. C'è l'idea della maschera, di 'Uno nessuno, centomila' di Pirandello.  Della maschera, che nel teatro greco si diceva Persona, perché per-sona, suona attraverso. Si indossava la maschera anche per amplificare la voce. Mi interessava moltissimo creare questa specie di cocoon nell'ambito domestico, per suonare attraverso, per esprimerti pur rimanendo in silenzio, lasciando solo gli occhi scoperti. A questo oggetto mancano gli occhi, è attraverso quegli occhi che quando ti giri riesci a traguardare, indossare la maschera pur rimando seduto.

 

Questi oggetti sono molto diversi perché corrispondono al mio percorso creativo che è tutt'altro che sequenziale, funziona per salti.

 

A.C.: Nei tuoi oggetti è forte il rapporto tra corpo e design in un gioco d'incastri…

F.N.: La vita è un incastro, lo stesso atto sessuale è un incastro. A me piace l'idea di trovare la giusta combinazione. Si potrebbe costruire una serie di oggetti come negativi dei nostri corpi. Gli oggetti sono nati per contenerci quindi il dialogo tra noi e loro è come un ostrica e il suo guscio. Apparentemente non c'è relazione ma stanno insieme. E se ti va bene trovi la perla. Non c'è ergonomia tra un ostrica e il suo guscio. Sono elementi meravigliosi a se stanti.

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