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Dissolvere i Fantasmi Urbani / 03

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Dissolvere i Fantasmi Urbani / 03

Conversazione tra Franca Ferrari e Luigi Pezzoli, moderati dal filosofo del design Virginio Briatore

A cura di Lucia Matti

La società di progettazione Lombardini22 ha promosso una serie di incontri - conversazioni tra esperti, moderate dal filosofo del design Virginio Briatore - dedicati all'evoluzione delle tendenze nella cultura urbana. Ecco il resoconto del terzo incontro del ciclo "Fantasmi Urbani" sul tema "I luoghi come stratificazione di esperienza".

Hanno dato vita alla conversazione Franca Ferrari, responsabile ricerche qualitative Doxa e Luigi Pezzoli, presidente Brioschi Sviluppo Immobiliare. Due conversatori che vengono da esperienze diverse, ma hanno sviluppato una grande attenzione ai comportamenti degli esseri umani, al valore della diversità, all'importanza delle tradizioni. Franca Ferrari ha sviluppato con Lombardini22 e Methodos il progetto ResArc, che si serve dell'EtnoSemiotica, per capire come pensare e progettare spazi in modo più consapevole. Luigi Pezzoli, oltre a rappresentare una importante società di sviluppo immobiliare, è anche uno studioso di Antropologia che ha vissuto in Africa e ha condotto diverse ricerche sul campo.

L'incontro nasce dalla comune consapevolezza che lo spazio influenza i comportamenti e genera emozioni individuali e collettive, esperienze che si consolidano e producono memoria: piazza Tien 'An 'Men, piazza del Campo, piazza San Marco o piazza Navona. E ancora: la scalinata di Trinità dei Monti, la Scalinatella di Positano.

Centrale, in tal senso, il tema dell'esperienza dello spazio, dell'emozione, della memoria e dei comportamenti. "Cosa guardiamo - si chiede  Virginio Briatore - cosa percepiamo, perchè scegliamo un lato di una strada piuttosto di un altro? Perchè una strada ha un forte valore commerciale fino ad un certo numero civico o solo per i numeri pari? Siamo in grado di spiegarlo o è così perchè è sempre stato così, perchè facevano così i nostri antenati?"   
                                                                                 
Il valore emotivo dello spazio
Franca Ferrari parte da un'istantanea della società attuale, racconta di un'evoluzione sociale che nono può essere ignorata. Una popolazione più informata e attenta, famiglie meno tradizionali e più single, una popolazione più rispettosa verso la comunità e l'ambiente, più mobile e frenetica, più anziana e multietnica. Il rapporto tra popolazione attiva e non attiva, ad esempio, è salito dal 45,7% del 1991 al 53,2% previsto per il 2012; gli immigrati dall' 1% al 10% (fonte Istat 2009). Assistiamo a un grande cambiamento nel modo di pensare e nel modo di aggregarci. C'è un bisogno comune di semplificazione e un ritorno al primato dell'emotività. 
"Sempre più - sottolinea Franca Ferrari - sentiamo che il pensiero logico-causale non funziona più: il nuovo pensiero è fluido, poco lineare, caotico, un po' come su internet. Si tende a semplificare tutto, a tornare a cose elementari e reagiamo sempre più a ciò che ci circonda in maniera emotiva, per induzione e non per ragionamento. Questa è la nostra salvezza, è il modo di uscire dalla crisi. Cambia anche il modo di aggregarsi: non stiamo più insieme davvero ma stiamo continuamente in contatto, un po' come gli stormi di uccelli. Ci muoviamo in un corpo collettivo anche se viviamo esistenze molto  solitarie. Cambia quindi il modo con cui ci relazioniamo al reale, al mondo che stiamo costruendo. Le neuroscienze - continua Ferrari   dimostrano che diamo sempre più rilievo a modalità primitive di ragionamento: buono/cattivo, bello/brutto, con una reattività incredibile, questo mi porta a pensare che lo spazio inteso come ambiente, casa, quartiere avrà sempre maggiore rilevanza perché entra dentro di noi, non è neutro e ci condiziona in tutto quello che facciamo. Il primato dell'emotività deve renderci consapevoli di quanto le luci, i rapporti spaziali con le strade, con le piazze, con gli ambienti entrino prepotentemente nella nostra realtà senza che ne siamo consapevoli. Del resto - come ribadiscono le neuroscienze - lo spazio ha un forte impatto sulle nostre percezioni, interagisce con la nostra capacità di comprendere e con la nostra affettività, condiziona i nostri comportamenti. In un ambiente di lavoro lo spazio condiziona l'engagement e la capacità delle aziende di attrarre talenti (tanto che tutti i processi di change management prevedono una ristrutturazione fisica degli spazi prima ancora de cambiamento delle persone e dei processi). In un nido lo spazio influisce sul comportamento dei bambini sulle loro interazioni e sulla capacità di giocare, in una struttura sanitaria impatta sulla efficienza del personale, sulla immagine della struttura, sul processo di guarigione dei pazienti, in un quartiere influisce sul comportamento e sulla salute psichica degli abitanti arrivando ad essere fattore predditivo di comportamenti devianti. In un contesto di consumo influisce sulla capacità di attrazione, sulla coerenza della brand experience, sui comportamenti di consumo/acquisto, in un building condiziona l'efficienza e la qualità dei processi (fonte Aipsimed)".

L'antropologo come decodificatore del significato degli spazi
Luigi Pezzoli interviene sottolineando il valore determinante delle conoscenze "antropologiche" per chiunque sia chiamato a progettare. "Ciò nonostante - racconta - non ricordo di aver mai visto coinvolta la figura dell'antropologo nei team di progetto architettonico e nei concorsi di architettura! Una lacuna imperdonabile se si considera che 'il costruito' è il luogo che più di altri rappresenta l'uomo, i suoi sogni, le sue motivazioni, anche quelle più recondite, ed è soprattutto destinato a durare nel tempo. Conoscere i riti, le culture, le tradizioni, i modo di fare, aiuta a costruire nel rispetto della natura più profonda dell'uomo. A ben vedere, il disagio che l'uomo prova nell'abitare il mondo attuale, nasce proprio dal fatto che l'evoluzione biologica non corrisponde a quella culturale. Quest'ultima ha una velocità che precede, di molto, quella dell'adeguamento biologico, con disagi evidenti per l'umanità". Prima di progettare bisognerebbe sapere quali sono le forze latenti che spingono l'uomo a ritrovarsi in un certo luogo. Capire che si va in centro, non tanto per ragioni legate alla bellezza di un luogo, quanto al rito di sentirsi parte di una comunità. Ci si dirige in un luogo perché lo si sente, senza esserne consapevoli, come fonte di radicamento, come spazio stratificato di esperienze pregresse. Ignorare queste dinamiche può decretare la morte di luoghi effimeri, decentrati, artificiali, come talvolta vengono considerati i centri commerciali e le periferie. Luoghi che spesso vengono vissuti come 'non luoghi', in cui il traffico e la comunità ricreata intorno al business ed alla vendita non gratifica quel bisogno profondo di ritrovarsi in un luogo simbolico. Pezzoli cita più volte Marc Augè, l'etnologo e antropologo francese che ha teorizzato il 'nonluogo', ovverosia quello spazio utilizzato per usi molteplici, anonimo e stereotipato, privo di storicità e frequentato da gruppi di persone freneticamente in transito, che non si relazionano, situazione riscontrabile negli aeroporti, negli alberghi, sulle autostrade, nei grandi magazzini. "Se c'è una realtà in cui i Centri Commerciali possono aver funzionato sono i nuovi mondi - America, sud America -. Paesi nei quali creare un centro commerciale significava spesso creare un centro storico. Ma in Europa, in Italia, nei nostri centri storici esistono già quei luoghi nei quali la memoria collettiva si è condensata!".

Periferie senza identità che non mettono in scena la cultura del luogo
"D'altra parte come stiamo trasformando queste nostre città? L'urbanistica ha creato periferie anonime, luoghi nei quali si ha voglia di passare velocemente per arrivare da un'altra parte. Ci stiamo dando un sistema di regole che sta svilendo la nostra civiltà - lamenta Pezzoli - al punto che, la maggior parte dei nostri centri storici sarebbe paradossalmente 'fuori norma'. Dobbiamo renderci conto che quando costruiamo abbiamo una grande responsabilità perché stiamo proiettando nel tempo una eredità complessa. E magari, anche un po' di sacralità nel fare questo mestiere, non guasterebbe".
"In molti spazi urbani - racconta Franca Ferrari - abbiamo semplicemente occupato spazio. Manca quel colore, quel dettaglio, quel particolare architettonico che appartiene alla cultura del luogo.  Le periferie sono semplicemente occupate. Per fortuna in alcuni casi, per esempio in Emilia, le cose sono andate meglio. Anziché distruggere e ricostruire  si è cercato di 'risistemare' rispettando le usanze, la storia, la personalità dei luoghi, cercando di mettere in scena la cultura specifica di quel luogo. Bisogna tornare a chiedersi a cosa serve un edificio, un quartirere; cercare di intercettare le aspettative  emotive e lo stile di vita delle persone che li abiteranno. Il recupero di questi valori, di queste informazioni non è tempo perso e genera anche un ritorno economico".

Nel chiudere l'incontro - e rendere consapevole la platea di come esista una stratificazione di vissuti che sottende ogni luogo - Virginio Briatore ha letto il bellissimo testo di Danilo Kis, estrapolato dal libro 'Clessidra' (ed. Adelphi, capitolo 9) in cui si immagina che un uomo, appoggiato alla nuda terra, possa avvertire le impercettibili vibrazioni emesse dalle stratificazioni di materia che coprono l'originario Mare Pannonico.
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