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Un nuovo modo di concepire e progettare l'esposizione museale, passando per i processi produttivi di ogni singolo prodotto. Il tutto, racchiuso in un catalogo pensato come una narrazione

Davide Rota

05 Ottobre 2011

"Un approccio espositivo, che si pone l'obiettivo di mostrare la complessità delle cose, si trova a confrontarsi in primo luogo con modalità consolidate di presentazione, che per le aziende sono costituite dalla mostra culturale, da un lato, e dallo stand fieristico dall'altro. Nel primo caso la partecipazione di riduce alla fornitura degli oggetti richiesti dal curatore, mentre nell'altro l'azienda gestisce in proprio un'esposizione impostata sugli aspetti del marketing e della promozione commerciale…". Queste le prime parole utilizzate all'interno del catalogo "diSegni del lavoro" per introdurre i modelli di narrazione utilizzati all'interno della mostra LBDC - La Bellezza Delle Cose. Territori di risorse: le Marche.

Una mostra che nasce come un progetto di ricerca, volto a identificare un nuovo tipo di esposizione, in cui, il singolo prodotto non sia abbandonato a se stesso, decontestualizzato e spogliato di tutto il bagaglio sensoriale, che lo accompagna dalla sua genesi, ma diventi il principale attore di un palcoscenico dedicato alla storia della sua produzione. Marco Migliari e Alceo Serafini - i due curatori ed "inventori" dell'esposizione - sono stati in grado di creare un percorso espositivo che permetta alle aziende di far interagire il pubblico con le proprie produzioni. Ecco quindi che gli oggetti diventano protagonisti della propria storia, mostrandosi in tutto quello che sono, raccontando le parti che li compongono e magari, permettendo ai visitatori di toccare con mano le tecnologie e i materiali utilizzati.

A coronare questo immenso sforzo progettuale, è stato creato un catalogo, che ha la "presunzione" di dichiararsi come un vero e proprio prodotto narrativo, in grado di  raccontare e accompagnare lo spaesato visitatore, in questa nuova formula di esposizione. Un vero e proprio libro, concepito per essere letto come tale, con capitoli al posto delle sezioni, ed una indicizazzione dei prodotti che non dia adito a querelle tra aziende per accaparrarsi il primo posto; tutti i soggetti della mostra sono collocati secondo un criterio dettato esclusivamente dall'esigenza narrativa del curatore, che ne faciliti il racconto.

Abbiamo dialogato con Marco Migliari e Alceo Serafini, per capire meglio questo innovativo approccio all'esposizione di design 

Qual è la sostanziale differenza che intercorre tra un "catalogo" inteso nella sua classica accezione e il vostro volume?
"Il catalogo è un elenco ragionato delle opere esposte, che quindi documenta l'evento. Ci è sembrato più interessante illustrare un percorso guidato tra le riflessioni e le metodologie utilizzate per approntare la mostra La bellezza delle cose. Territori di risorse le Marche, andata in scena dall'11 giugno al 3 luglio 2011, presso la Manifattura Italiana Tabacco di Chiaravalle (Ancona). Quindi sono emerse le differenti modalità su come allestire l'innovazione e i processi realizzano i prodotti".

Considerando l'esperienza di LBDC come una "ricerca progettuale", quali sono le innovazioni o novità che siete riusciti a cogliere?
"Trattandosi di presentazioni collegabili al concetto di risorse di un territorio, si sono privilegiati gli aspetti legati all'innovazione dei pensieri e dei processi, dimostrando come spesso l'oggetto di per sé non riesca e mettere in evidenza il suo "sapere" acquisito. Quindi le prestazioni tecnologiche dei tessuti utilizzati nell'abbigliamento, la resistenza strutturale del cartone impiegato per fare i mobili, le nuove modalità per gestire le apparecchiature domestiche, la sapienza della manualità artigianale all'interno della produzione industriale degli arredi hanno consentito di rileggere in termini di logiche evolutive i prodotti. Alcune soluzioni espositive sono state appositamente progettate dal nostro gruppo di lavoro, come la possibilità che un arredamento di cucina descriva da solo le sue qualità, aprendo le ante e i cassetti".

Avete espresso, attraverso questi puntuali interventi, il microcosmo che ruota attorno al prodotto di design in generale: come hanno reagito le aziende di fronte a questo tipo di proposta?
"Proporre un'innovazione, anche solo espositiva, alle aziende significa porgere un problema su cui impegnarsi per trovare le soluzioni. Ma siccome anche la mostra ha avuto l'ambizione di essere una risorsa per le aziende, è stato costituito un gruppo di professionalità differenti che fossero a disposizione delle imprese, soprattutto piccole e medie, che normalmente non possiedono al loro interno questo tipo di strutture. In effetti, soprattutto le piccole imprese hanno dimostrato la disponibilità di investire le loro capacità per stare al gioco di presentarsi in un modo nuovo, che poi è diventato, per alcune di loro, anche un format con cui proporsi alle fiere".

E il pubblico? La fruizione degli oggetti e delle relazioni tra essi connesse, è stata facilitata da questo tipo di approccio, o al contrario ha spiazzato i visitatori?
"L'impressione è che il pubblico si sia divertito con intelligenza, partecipando direttamente alla mostra. Basta con il design che non si può toccare, come se fosse un'opera d'arte. Le persone hanno acceso e spento luci e interruttori, hanno aperto cassetti e ante, sono salite su sedie di cartone fuori scala trasformate in un set fotografico, hanno portato da casa vecchi oggetti di plastica che hanno potuto scambiare con ciotole nuove di plastica riciclata che si potevano portare via, hanno sfogliato libri virtuali, i bambini hanno partecipato a laboratori sul cibo, la gente è potuta andare a visitare le fabbriche per vedere la produzione degli oggetti esposti. "La bellezza delle cose ama sorprenderci" diceva Carmen Consoli in una sua canzone".

Tag: design della comunicazione, eventi e mostre design, italian style

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